‘Ma sei sicuro? Vuoi tirare da qui?’. ‘Claro que si!’. ‘Son 30 metri eh! Ipse dixit. E palla nell’angolino. Moriero, entusiasta, lo circonda insieme agli altri compagni e gli lustra gli scarpini: ‘Ma come diavolo hai fatto?’. ‘No lo sé…’. Il chaval parla un italiano stentato ma sorride. Sorride, Alvaro Recoba: è incredulo, forse piange. In fondo ha oscurato Ronaldo il giorno dell’esordio a San Siro. ‘Io c’ero alla partita col Brescia!’ l’orgoglio dei tifosi dell’Inter in qualche chiacchiera qui a là. Oggi, come allora, per ricordare quella pennellata che ancora riecheggia nella storia nonostante siano passate 17 primavere. Con l’Empoli? Dalla bandierina, da centrocampo: roba da golf. Con la Sampdoria? Da far venire giù San Siro. Perle, su ombre. E lampi, tra pause. Tratti orientaleggianti, fisico esile, un sinistro fuori dall’ordinario,  El Chino si appena ritirato dal calcio giocato, croce e delizia del suo talento spesso sacrificato sull’altare della discontinuità. Arrivato in Italia nel 1997 con l’etichetta del predestinato, Recoba se n’è andato praticamente allo stesso modo, tra il fardello dell’ipoteticità di chi aveva tutto per sfondare e il rimpianto di aver sprecato caterve di occasioni. Colpi che piovevano come poesie, arte in movimento. Poco movimento anche, e colpi a vuoto. Ultima tappa? Il Torino, proprio quando l’Inter si apprestava a vincere tutto. Ma la sorte non è mai stata la sua migliore amica, anzi.

Recoba è stato un talento incompreso, un campione a metà perseguito dai demoni della sorte avversa. Troppo gracile per fare la prima punta, troppo poco rapido per occupare la trequarti. Mezzapunta? Meglio. Anche il ruolo è un eterno dubbio, semplice parola che gli ha condizionato una carriera. Se esistesse una linea in grado di separare i campioni affermati dalle eterne promesse, Recoba avrebbe un piede a cavallo di essa, tra magie e infortuni, alti e bassi, gol da calcio d’angolo e passaggi mancati per eccesso di boria. Un enigma, capace però di incantare ed emozionare. In Italia come in Uruguay, dove ha scelto di chiudere la carriera con la maglia del Nacional, con cui ha vinto l’ultimo titolo (bissando quello del 2012). A Milano come a Venezia, in Laguna e tra la nebbia, diradata a suon di reti nel 1999. Recoba è un’iperbole trapianta su un campo di calcio: tenta l’impossibile e si fa beffe del possibile, non è fatto per la semplicità. Naviga per il campo da strafottente per gran parte del match, si oscura, ma è capace di risolvere la gara con un gol a giro da calcio d’angolo. Un gesto praticamente impossibile, reso facile dal suo estro intramontabile. Julio Cifuentes, nel suo ultimo libro, ha definito Recoba el último genio. Un elogio alla semplicità di un quasi campione, profeta in patria e non solo. Con una definizione, genio, che non poteva essere più appropriata. Perché si sa, anche le più grandi menti non sono poi così normali. Calcisticamente Recoba non lo è mai stato. E sicuramente, non lo sarà mai. Arrivederci Chino.

Fonte: www.gianlucadimarzio.com