E’ il sogno di ogni bambino che inizia a calpestare l’enorme prato verde di un campo di calcio. Mettere la palla dentro quella rete, essere egoisticamente decisivo per la propria squadra. Ci sono modi diversi per rendersi protagonisti all’interno del rettangolo. Il modo più semplice è giocare al di là della linea mediana, diciamo indossare tutti i numeri dal 7 in su. In Brasile entrare a far parte di quel parco giochi di trequartisiti, assume i caratteri dell’impresa. Un livello medio di tecnica sopra a quello degli altri paesi, allenato tra i vicoli delle strade, e nel Futsal, lì davvero sport nazionale e non ripiego di giocatori scartati dal calcio a 11. Chi non riesce ad inserirsi all’interno di questa cerchia, è costretto ad arretrare il proprio raggio d’azione. Qui nasce la leggenda dell’ultima bandiera brasiliana: Rogerio Mücke Ceni. Carta d’identità: classe ’73. Cittadinanza: fortemente brasiliano. Residenza: per 1237 con la maglia del Tricolor Paulista. Segni particolari: porta i guanti, ma ha un piede destro da trequartista. Professione: Goleador.

Quella di Rogerio Ceni è una storia nata nella difficoltà iniziale. Come ogni portiere è costretto ad assistere dalla panchina alle prime partite. L’esperienza è fattore fondamentale tra i pali, riciclarsi in un altro ruolo è impossibile, e quindi bisogna arrotolarsi le maniche e lavorare sodo. Poi arriva l’occasione della vita: di quelle che spesso ne hai una sola. Lui non se la fa scappare. Infortunati i due portieri titolari, alla prima del torneo statale, il Campionato Paulista, dove ogni partita è un derby e una finale per i tifosi, Rogerio entra, para un rigore, e da lì non si muoverà più. O meglio abbandonerà l’area parecchie volte, ma per esaudire il desiderio di ogni bambino, segnare. È un sognatore, perché aveva il duplice obbiettivo di impedire che la palla finisse alla sue spalle, ma anche quello di essere decisivo per la sua squadra. Nonostante i guanti e la maglia diversa dai compagni, ha continuato a perfezionare la sua tecnica di calcio.

Chi lo ha allenato raccontava delle sue interminabili sessioni di tiro, anche di notte, con solo le luci che guardavano le sue parabole. Esercizio meccanico, sempre lo stesso. Due passi di rincorsa, poco più di un metro, partenza col destro, passo sinistro più lungo per posizionare l’appoggio e poi piatto destro. Corpo leggermente all’indietro per alzare la palla sopra la barriera, meglio se calciato sul lato scoperto del portiere. E poi il brivido, che lo costringeva a tirare una punizione definitiva per non lasciare agli avversari la possibilità di calciare verso la sua porta libera. Le punizioni dovevano quindi concludersi o in fondo alla rete e fuori dal campo, mai sulla barriera. Per i rigori era quasi più semplice, conosceva il mestiere e sapeva i trucchi e i movimenti per realizzare alla perfezione. Questa volta la rincorsa si faceva più lunga, ma anche sincopata. Sguardo fisso sull’avversario, in attesa del minimo e impercettibile movimento che anticipasse la decisione dell’estremo difensore. Così per 131 volte.

Cifra che già per un attaccante diventerebbe un traguardo niente male. Per un portiere è legenda. Record di gol, ma anche di presenze, superato perfino Pelè per partite giocate in una sola squadra. Ed ultimo a non arrendersi alla migrazione di talenti brasiliani verso l’Europa. È stato il primo ad anticipare la tattica del portiere come libero e playmaker difensivo bravo con i piedi. Sarà uno degli ultimi, però in grado di diventare goleador. In un calcio ormai bloccato dalla tattica, dove l’anarchia dei movimenti è ingabbiata da rigidi schemi. Per sfuggire ad una modernizzazione che vuole bloccare i sentimenti, lui ha continuato a sognare, fino a 42 anni, fino all’ultima partita. Ventisei trofei dopo, conquistando la cima del mondo in Nazionale e con il San Paolo, sempre con la sua unica maglia, la numero 01. Leggetela pure al contrario, tanto non cambia nulla.