16 luglio 1950, Brasile. Il Maracanã è una tempesta di colori, la tensione è alle stelle. Il sogno brasiliano si infrange al 79’, l’Uruguay è Campione del Mondo. Edson ha guardato la partita insieme al padre Dondinho, una lacrima scende sulla sua guancia. “Non preoccuparti papà, te lo vincerò io un mondiale”. Aveva nove anni, era Edson e non ancora Pelé. Chi l’avrebbe detto che esattamente otto anni dopo contro la Svezia, il Brasile avrebbe vinto la Coppa Rimet con un gol di Pelé al 90’, a soli 17 anni? Papà accontentato, magari solo una volta. Oggi quel campione ha 75 anni, porta sulle spalle il merito di aver cambiato per sempre il mondo del calcio.

C’è chi dice che se questo sport non fosse esistito, probabilmente l’avrebbe inventato lui. D’altronde da piccolo non gli è mai servito un pallone, bastavano un pompelmo o un paio di calzini arrotolati con dentro la carta per divertirsi, e fare magie. “Ho molte cose belle da ricordare, per esempio il mio millesimo gol allo stadio Maracanã. Era un gol su rigore, ma fu comunque molto importante”. Sbarca nelle giovanili del Santos a 16 anni, ma il suo futuro è segnato, la prima squadra lo attende e non lo molla per nulla al mondo. Verrà infatti dichiarato tesoro nazionale brasiliano, impedendo così a grandi squadre europee di appropriarsene, nonostante la posta offerta fosse molto alta. “Questo ragazzo sarà il giocatore più forte del mondo”, Brito l’aveva predetto. Ma forse predizione e fortuna in questa storia c’entrano poco.

Pelé sembra nato per questo sport, nonostante non abbia un fisico possente la sua compattezza gli permette di essere molto veloce, indimenticabili i suoi dribbling ubriacanti tra gli avversarsi, ne saltava tre, quattro fino a trovarsi faccia a faccia con il portiere. Il suo gol più bello? Difficile da dire, tanto più da elencarne i migliori, ma a detta sua il più bello è stato quello contro la Juventus. Quella brasiliana, il Clube Atlético Juventus, nel lontano 1959, ad appena 18 anni. Non esistono le riprese di questa azione, ma fu tanto spettacolare da ricostruirne la dinamica al computer. Pelé riceve palla, salta l’avversario con un sombrero e poi di nuovo e ancora una volta al volo per cinque volte mangia i suoi rivali, per ultimo il portiere scavalcato dalla palla colpita di testa e finita in rete. El gol màs bonito. O Rei per l’appunto, ma non solo per i gol o per i successi. Pelé è stato anche l’uomo, giocatore, che ovunque andasse portava amicizia e fraternità.

Non è un caso che sia conosciuto in tutto il mondo, dal corno d’Africa all’angolo più remoto dell’Asia. La sua storia ha attraversato il calcio mondiale, in pochi hanno avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo. Propizia la decade ’60-70 in cui il Santos è stata la squadra migliore del mondo tanto da vederla girovagare per i continenti. È in questo periodo che Trapattoni ha avuto l’onore di giocare contro Pelé e leggenda vuole anche di fermarlo in qualche azione in contropiede. Una decade caratterizzata anche da parecchi infortuni che hanno colpito Pelé negli anni migliori per un calciatore del suo calibro, ma che comunque non hanno posto la parola fine alla sua carriera.

Quello del 1970 è infatti l’ultimo mondiale segnato da O Rei con la maglia verde-oro. Un Brasile che disponeva di cinque numeri 10 davanti, Jaersinho a destra, esordiente nel mondiale del ’66, di fianco a lui Gerson, stratega dal sinistro morbido, centroavanti Tostao, a sinistra Rivelino, lento ma dal sinistro esageratamente potente, e poi il vero numero 10, Edson Naranto do Nascimiento, per il mondo Pelé. Numero 10 fin dai 18 anni, destro e sinistro i piedi fortunati, entrambi potenti e precisi allo stesso modo, quasi come fossero l’uno il clone dell’altro. Il suo pubblico l’ha visto commuoversi, gioire, inveire rare volte, ma se c’è una cosa che fa arrabbiare Pelé ancora oggi è la fatidica domanda “Pelé o Maradona?” e guai a prendere le difese dell’argentino. Il paragone c’è, la risposta alla domanda è ancora un’incognita che i nostri nonni hanno lasciato in eredità ai loro nipoti, così come riecheggerà nel tempo il confronto tra l’argentino e il portoghese nei nostri tempi.