Mai una parola fuori posto, mai una critica aperta alla società. Profilo basso. Sempre al posto giusto, invece. Sempre nel momento in cui conta esserci. Conoscere Miroslav Klose è molto complicato. È complicato entrare all’interno dei sentimenti e della persona, che  rimane davanti ai riflettori sempre e solo per novanta minuti, poche interviste, poche dichiarazioni. Forse è questo che ha reso Miro il giocatore che è. Un’impenetrabilità teutonica, che lo nasconde sotto un velo di mistero. Non solo questo. La tecnica e l’astuzia. Più di tutti gli attaccanti. Il gioco del mestierante, che riesce a superare i suoi limiti con la dedizione. Sedute torride di allenamenti e poi la vasca con il ghiaccio. Anche in inverno. Anche quando il campo sembrava lontano, e la panchina era sempre più scomoda.

E poi un po’ di riconoscenza. Per colui che ha superato una leggenda come Gerd Müller, l’archetipo dell’attaccante, in vetta alla classifica dei marcatori in una Coppa del Mondo. Ha vinto meno di quanto si poteva aspettare. Andando via dal Bayern Monaco prima ancora che diventasse la forza che è oggi in patria. Allontanato dalla nascita di un nuovo talento, Thomas Müller. E dalla contemporanea quanto momentanea esplosione di Mario Gomez. Che spreco! La Lazio ne ha approfittato. Nonostante i 32 anni fossero un allarme di fine della carriera vicina, Miro ha conquistato sul campo il diritto alla titolarità.

Sempre presente a Formello con i suoi allenamenti individuali. E poi dieta, ferrea. Un professionista, che grazie alla sua dedizione ha allungato la sua carriera. Gli anni biancocelesti sono stati senza dubbio i migliori. Alle doti innate si è aggiunta l’esperienza. Nonostante la paura di quelle che vengono definite “le difese italiane” per un attaccante straniero: rocciose e impenetrabili, ma non per Klose. Quel movimento ad andare incontro e poi scattare verso la porta sarà stato ripetuto infinite volte, ma mai disinnescato dai difensori. Sembra ballare sulle punte. Arriva da dietro con un silenzio surreale e poi scatta verso la porta, con il difensore che può poco al cospetto di quel cambio di passo.

Il punto più alto nella capitale quel 26 Maggio. La Coppa Italia alzata nella finale dell’Olimpico contro la Roma. Cinque anni adornati da sessantadue perle. Sempre con la solita esultanza. Indice e pollice uniti, e le tre dita ad indicare la moglie e i suoi due gemelli. Oppure no. Come un mirino. Che seleziona il bersaglio e fa centro. Il vero motivo per cui un attaccante si trasforma nel più forte di sempre con la maglia del Bundesteam.