”Va che Gila è forte…”. Piacenza, Bar del Centro. Chiacchiere, voci, discussioni. ”Bravo sì, ma non un campione”. Il dibattito si accende. Alcuni difendono quel ragazzo a spada tratta, lo conoscono dal 2000, giorno del suo primo gol in Serie A contro il Venezia. Era un pomeriggio di marzo, fu il primo sussulto. E oggi, contro l’Inter e con la maglia del Palermo, siamo arrivati a 180. Zampata delle sue, un po’ casuali ma efficaci. Che storia, quella di Alberto Gilardino.

180 reti in 471 partite (8 di queste proprio all’Inter), un traguardo cercato e voluto. 12esimo posto nella classifica all time dei marcatori in Serie A (-4 da Batistuta), il terzo in attività dopo Totti e Di Natale. Con l’obiettivo dei 200 sempre attivo. Ma nonostante le vittorie, il Mondiale del 2006, la Champions del 2007 e una simbiosi perfetta con le piazze che l’hanno amato, Gilardino viene spesso subissato dalle critiche, considerato un centravanti a metà. In un limbo. Il giorno del suo esordio in Serie A prese 6.5, con Costacurta lì vicino a tempestarlo di domande: ‘Chi sei? Da dove vieni? Giochi bene, continua così…”.

E quel voto, forse, rappresenta il giudizio di una vita: perché se esistesse una linea in grado di separare i campioni affermati dalle eterne promesse, Gilardino avrebbe un piede a cavallo di essa. Mai veramente compreso, mai veramente grande. Sempre lì, nel mezzo. Perché il Gila ha sempre fatto bene in provincia e lontano dai riflettori, conquistando le curve al di fuori dalle grandi città. Si diplomò in chimica seguendo i consigli dei genitori, un bravo ragazzo.

Tre le piazze di una vita: Parma, che lo accolse con appena 11 gol alle spalle e lo mandò via da bomber. Firenze, che invece puntò su di lui dopo il fallimento rossonero e contribuì a farlo rinascere (52 gol in A). E infine Genova (19). Poi Bologna (13) e Guangzhou, tappe transitorie prima della rinascita. Oggi il Palermo, sempre con la 11 per scrivere l’ennesimo record. E il Milan (36 gol)? Bene i primi due anni, poi troppi i campioni con cui confrontarsi, troppo forti i riflettori di San Siro. Ma in provincia…emozioni, sussulti, strascichi di calcio racchiusi in una rete, il suo mestiere da sempre (Povia docet, che gli dedicò una canzone).

Gilardino ha sempre giocato per infrangere il muro del dubbio, sul filo del fuorigioco. Uno dei pochi attaccanti della storia del calcio italiano a non aver mai fatto la gavetta. Sempre in Serie A, fin dall’esordio. Parma lo prese bambino, reduce da un incidente stradale che avrebbe potuto compromettergli la carriera. Esplose, diventò uomo, incantò.

Come riassumere Alberto Gilardino? Quella numero 11 intrisa di sudore, un gol di rapina o un destro di forza, l’esultanza a mo’ di suonatore di violino. Infine un dibattito, quel 6.5 di una vita che ancora oggi riecheggia nei bar di provincia. Chiacchiere. Intanto, zitti zitti, siamo già a 180. E non è ancora finita.

Fonte: www.gianlucadimarzio.com