Si parla molto degli “errori” di analisti, sondaggisti, opinionisti, giornalisti sulle previsioni delle elezioni Usa. Nessuno ha detto finora una cosa molto intuitiva: prevedere la vittoria di Trump era più pericoloso, da un punto di vista personale. Il mondo dei media, e quindi dei singoli che lo popolano, non è affatto imparziale, soprattutto nel momento in cui le fazioni non sono più orizzontali (destra/sinistra) ma verticali (alto/basso). I giornalisti fanno parte dell’alto – o almeno si percepiscono come tali – e allora, nel rischio intrinseco di ogni scommessa, su Trump c’era un rischio ulteriore: fare un favore all’avversario morale. Non è un mero calcolo economico, è un calcolo di “economia interpersonale”.

È non litigare col vicino di sedia in redazione per aver fatto “il loro gioco”. Meglio puntare sulla Clinton e al massimo sbagliare insieme agli altri, piuttosto che fare l’uccello del malaugurio. C’entra il famoso “stare chiusi in una campana di vetro”, ma c’entra anche che i giornalisti sono esseri umani reali, appartengono ad un determinato ceto, vivono in un condominio, e inesorabilmente questa loro appartenenza ha un peso su quello che dicono. Anche al di là degli interessi di “corporazione”, di testata, etc., c’è che il giornalista medio ha paura di andare avanti da solo, se la fa addosso. E questo è semplicemente umano, fa parte di dinamiche senza tempo, è la distribuzione normale dei carismi, dei caratteri: la maggioranza si concentra nel mezzo, e si tiene caldo a vicenda. E per questo li perdoniamo.

Quello che è paradossale, eventualmente, è che gli stessi giornalisti che hanno (volontariamente o istintivamente) travisato la realtà fino al voto, quando vince l’altra fazione (casi esemplari: Brexit e Trump) riconducono tutto alla “disinformazione”, che tutto spiega e tutto muove. Quelli che per mesi hanno raccontato una realtà che non esisteva, poi si lamentano del fatto che qualcuno (una ristretta minoranza) nel frattempo ne raccontava una più simile al reale. Capita anche questo, sul bordo temporale di un mondo.