Era il Casaleggio da cliché: il guru del movimento cinque stelle, lo stratega di quel blog su cui non si sono mai interrotti i “retroscena”; tutti più auspicati evidentemente che dimostrati, almeno per ora, visto che da tutte quelle “indagini” risulta siano mai venute fuori chissà quali rivelazioni. C’era da capirla, però l’informazione. Era la stessa che nel 1997, all’epoca del Vaffaday non aveva capito un accidente di quel che sarebbe diventato il movimento, era quella ancora aggrappata alla carta e che, spaventata, non perdeva occasione per squalificare in toto ciò che si scriveva sul web, visto ancora come qualcosa di misterioso e fondamentalmente sconosciuto. La rete, insomma, diventata non per nulla di lì a poco, quando il movimento esplose all’insaputa del presidente della Repubblica Napolitano (come si ricorderà, disse di non aver sentito nessun boom) il punto centrale del sistema a cinque stelle e dunque più critico e forse più facile da aggredire. Per il sistema mediatico nazionale, si può quasi dire che Casaleggio sia stato un enigma, il cuore più segreto e più ostico di un movimento che ha scombussolato il quadro politico di inizio XXI secolo, colui che era riuscito a convincere Beppe Grillo a trasformarsi da comico impegnato a politico spiritosamente aggressivo, a diventare il suo front man, il suo corrispettivo pubblico; era l’imprenditore che da progettista di software era diventato (insieme allo stesso Grillo) un progettista di movimenti politici, l’uomo schivo e riservato mosso da invincibile ritrosia nei confronti del facile e ben poco critico giornalismo, l’intellettuale che studiava e scriveva, il visionario che immaginava scenari futuri (sociali e tecnologici, alcuni dei quali tanto apocalittici da stimolare anche battute e parodie), il pragmatico organizzatore di un movimento che qualcuno dipingeva come a democrazia ridotta e insieme, allo stesso tempo, l’idealista che sognava la democrazia diretta, il suo parafulmine, in certo senso.

Lui si definiva un “populista”, ed era orgoglioso di esserlo; concetto abitualmente demonizzato in un paese – ma si potrebbe dire anche continente, quello europeo – in cui il populismo di fatto ha sempre coinciso con demagogia, secondo la linea elitista di un De Maistre, “Il dettato del popolo è così pericoloso che se anche fosse vero bisognerebbe occultarlo”. Non era quella la tradizione cui Casaleggio si rifaceva. Il suo populismo rientrava a pieno titolo nella linea popolare-rousseauiana-americana formulata da Rousseau nel Contratto sociale: “Qualunque legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona è nulla, non è una legge”. E’ la ricca tradizione del pensiero democratico d’oltreoceano, ereditata da Casaleggio attraverso la lezione di Adriano Olivetti (e del padre di lui Camillo, tra i visitatori entusiasti della Fiera di Chicago del 1893), che dette vita con l’Olivetti di Ivrea, negli anni Cinquanta e poco oltre, a una di quelle esperienze destinate a restare bagliori isolati nella nostra storia industriale-sociale-culturale di fatto uccisa da un sistema politico nostrano succube delle volontà americane da poco entrato nell’era del centro-sinistra. A quel mondo Casaleggio (e con lui Grillo) si rifaceva; da quel mondo, che puntava a fornire a tutti gli strumenti culturali per capire e partecipare, era stato mutuato il concetto di “comunità”, parola poi adottata oggi anche, con immaginabile faciloneria, dallo stesso Renzi.

Gianroberto Casaleggio era l’uomo sul quale i tanti detrattori delle cinque stelle hanno sempre concentrato preferibilmente l’interesse. Forse perché, schivo com’era, era il più distante e quindi quello eventualmente più intrigante per un sistema dell’informazione che fa sempre più fatica a capire come ci possa essere qualcuno che di fronte a una telecamera invece di aprirsi, si ritragga… Per questo le sue (rare e frettolosissime) calate romane, per incontrare i parlamentari entrati in politica grazie alla sua visione forte (un pezzo di società civile piazzata in parlamento per mettere in crisi il sistema strutturato su partiti) diventavano non di rado dei piccoli eventi; piccoli eventi di un evento politico nel senso più letterale del termine, quello che aveva scombussolato la politica di inizio XXI secolo conquistando in pochi anni il 25% dei voti degli italiani. Un fenomeno sociale e culturale che lo aveva visto come il recalcitrante e insieme appassionato co-fondatore, e sul cui futuro ora, dopo la sua morte, si stanno già moltiplicando quesiti e congetture…