L’editore Giulio Bollati, nel suo saggio intitolato “L’Italiano” del 1972, constatava quanto «sterminata» dovesse essere «la biblioteca che ospitasse tutte le immagini dell’italiano elaborate nel corso dei secoli». Tra le tante su cui il Bestiario nei numeri precedenti non ha mancato di porre l’accento, quella dell’italiano mammone occuperebbe un posto privilegiato nell’immenso regno bibliografico di cui parla Bollati. Carattere italico nient’affatto falso, ma neppure interamente fondato, il mammismo – o complesso maternalistico – abbisogna di un’inchiesta che decripti una volta per tutte questo complesso fenomeno italiano che se da una parte viene canzonato dalle statistiche europee che ci vedono sul podio di coloro che “nel mezzo del cammin” ancora non hanno lasciato il nido materno ( 67,3% nel 2015, oltre i due terzi degli italiani tra i 18 e i 34 anni vive a casa con i genitori), dall’altra mostra come questo popolo di “bamboccioni” – per citare l’ex-ministro dell’economia Padoa-Schioppa – sia stato vittima di complesse dinamiche storico-sociali che hanno plasmato la psicologia delle madri italiane a partire dall’Ottocento fino alla metà del secolo scorso.

In copertina: “L’origine del mondo” di Mario Damiano.

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Questa infamante quanto salvifica tradizione – che nel bene o nel male rimane un carattere peculiare dell’identità italiana, in un momento storico in cui le specificità antropologiche dei popoli vengono sacrificate all’uniformità della cultura capitalista e al ciclo del produrre-consumare – affonderebbe infatti le sue radici nel tardo Settecento, quando comincia a vacillare la “casa del padre” dell’ancien régime, scossa dal pensiero critico dei Lumi, e in seguito nella reazione che la cultura romantica oppose nei confronti della Ragione illuminista. In quel momento storico si iniziò infatti a privilegiare il rapporto con la natura e il culto delle origini come allo stesso modo venne rivalutato il “sentimento”, il “femminile” e l’affetto familiare. È qui che bisogna individuare il tornante storico e culturale che ha attribuito alla madre il ruolo di educatrice sentimentale del figlio maschio; poteva scrivere infatti Ugo Foscolo in una lettera del 1808:

«Non v’è giorno né sera ch’io non mi ricordi delle dolcezze della mia famiglia e del tetto materno con amarissima tenerezza e con desiderio veemente, quanto la vigilia del Natale che mi ricorda la cena fra’ miei parenti, e le gioje fanciullesche, e la contentezza di mia Madre nel vedersi i figli d’intorno a lei, e l’illuminazione di tutta la tavola, e il panettone, e tutte le usanze famigliari».

È proprio in quest’ultimo, confinato in Lucania, che riaffiora infatti una mitologia materna tragica, animale, «una divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi» che caratterizzerebbe l’ethos del Meridione. Non è un caso infatti se queste suggestioni vengono confermate e alimentate da molti intellettuali e storici dell’epoca, tra cui Uberto Pestalozza e Ernesto de Martino. Questo comune sentire intorno ad un’origine pre-contadina della voracità affettiva delle madri italiane ruota intorno all’idea dell’esistenza di una Grande Madre Mediterranea, nata in seno allo sviluppo di religiosità pre-elleniche nel bacino mediterraneo e caratterizzate da un culto di tipo agrario-matriarcale, «in base alla quale la donna – scrive la storica Marina d’Amelia – avrebbe avuto una posizione di rilievo e di privilegio in seno alla comunità e avrebbe giocato un ruolo dominante nella vita sociale e culturale dovuto alla stessa identificazione con la terra madre». L’antropologo De Martino, nel corso delle sue Spedizioni in Lucania, commentando l’ascolto di una ninna nanna, poteva infatti notare come

«la realtà dura e sordida dell’esistenza contadina è sottoposta al sortilegio dell’amore materno. […] Tutti possono diventare come figli e vivere, sempre, in ogni momento della loro vita, gli uni verso gli altri nella commossa eguaglianza della giustizia materna».

Sono le madri delle criature napoletane, dei piezz’ e core, le Mamma Roma, le Maddalena Cecconi di Visconti. Sono le madri-coccodrillo, come direbbe Recalcati – prendendo in presto il termine dal vocabolario di Lacan. Le madri dunque del sacrificio, del focolare, che arrischiano a volte di trattenere a sé i figli, di fagocitarli, creando dipendenze che giustificano e autorizzano il capriccio insensato, un sentimentalismo irrazionale, spesso assecondato o addirittura condiviso. Emblematica la Supplica di Pasolini a sua madre, contenuta in Poesia in forma di rosa:

«Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore/ ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore./ Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: /è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. /Sei insostituibile. Per questo è dannata / alla solitudine la vita che mi hai data. /E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame /d’amore, dell’amore di corpi senza anima. /Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu /sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù».

"C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette".

“C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette”.

Ma la cifra del nostro tempo è ben altra. La madre iper-moderna è colei che, staccandosi dallo stereotipo della madre italiana, è inciampata nel parossismo del suo opposto. È madre, ma una forma di narcisismo – vuoi per ambizioni lavorative, vuoi per ritrovare la propria giovinezza sfiorita, o per potersi prendere meglio cura di sé – la induce a vedere nei figli degli handicap da superare e di cui disfarsi per riconoscersi come Donna, convinta che la femminilità e la maternità siano inconciliabili. I progressi delle scienze in ambito bio-genetico hanno offerto una vasta gamma di palliativi per aggirare le conseguenze naturali della maternità, assecondando le vanità di madri o potenziali madri nei confronti della loro sessualità: operazioni chirurgiche per sopperire agli inestetismi del parto, il ricorso all’utero in affitto o addirittura alla banca del seme per ottenere il figlio perfetto. Questa nuova madre, figlia di madri-coccodrillo e padri-padroni, è il prodotto culturale della generazione sessantottina che ha voluto redimere la donna dalla maternità. La donna moderna non è più disposta a “investire” simbolicamente in un corpo segnato dalla sua funzione procreativa. Al suo posti si vogliono: una femminilità liberata dalla maternità, il sesso senza la riproduzione, il desiderio senza il matrimonio e il matrimonio con la possibilità, sempre attuabile, del divorzio! È il “complesso di Medea” interiorizzato, per cui la donna, come la figura mitologica, “uccide” i propri figli per fare giustizia alla sua sessualità offesa dal tradimento del marito. Medea rifiuta la propria maternità, vista come causa della fine della libido di Giasone. Non sono un caso infatti gli episodi di sterilità isterica o addirittura di atteggiamenti competitivi di alcune madri con le proprie figlie, che danno vita a creature tragicomiche.

La madre è oggi stretta in questa duplice morsa: da un lato rischia di cadere nell’appropriazione psicologica del figlio, assecondandolo nei vizi e nelle comodità, incatenandolo al nido natale e castrandolo nelle ambizioni personali; dall’altro, invece, vi è una madre che vede il proprio figlio come un ostacolo alla donna, causa spesso del divorzio post-parto o della propria morte “sessuale”, e dunque indifferente, inaffidabile, irresponsabile, “liberata” dal peso della filiazione. La soluzione a questo enigma è forse nelle mani del figlio, in una presa di coscienza attiva che può lavorare “a ritroso”. Il verbo “partorire” non deriva forse dal latino “pars” (parte, frazione, frammento), che contiene in sé l’atto del distacco necessario al figlio per emanciparsi dalla culla materna e farsi infine uomo e padre? Non era ciò di cui parlava Gramsci in una lettera del 10 maggio 1928 indirizzata alla madre preoccupata per le sue «condizioni fisiche e morali», poco prima di essere condannato al carcere come “detenuto politico”?