Su Rivista Studio Cristiano de Majo analizza il caso ‘Panama Papers’ rilevando una discrepanza sottile: una vicenda ancora tutta da accadere nella realtà, è mediaticamente già accaduta. Questa è la prova di un giornalismo diventato ormai un fatto principalmente estetico: il titolo accattivante, l’impaginazione da serie televisiva, il lettore trattato come un detective. Poco importa se non si sa ancora quali conseguenze effettive avranno questi documenti: intanto ci godiamo la portata della notizia.

Con un piccolo abuso di notazione potremmo inserire questo episodio nella categoria ‘infotainment’, crasi inglese di informazione e intrattenimento. Intrattenimento da svolgersi nel famoso tempo libero, il tempo in cui fare tutto ciò che si vuole tranne incidere nella realtà. Tempo astratto, potremmo dire meglio. Perché l’informazione recepita nel tempo libero non verrà usata politicamente, ma solo come gioco, passatempo. E quale miglior gioco di un gioco grandissimo? La portata della notizia diventa allora motivo di felicità. Essere spinti (e spingere inconsciamente) a staccarsi dalla realtà e volare nell’immaginazione di miliardi di intercettazioni, terabyte di documenti, tonnellate di fogli di carta che non basterebbe Disneyland a contenerli tutti stesi a terra. Se è vero che le grandi narrazioni sono scomparse nella loro valenza metaforica, ci rimangono comunque delle Grandissime Narrazioni© post-ideologiche, sceneggiate stupendamente e (apparentemente) senza nessun valore simbolico. Le serie tv, gli scandali mediatici, i romanzi-inchiesta. Storie che esistono per incentivare il nulla.

Oltre alla valenza ludica, la grandezza dello scandalo serve anche come ulteriore via al disimpegno. È in qualche modo un complottismo laterale – e ribaltato negli effetti: mentre il complottista della prima ora immagina un Potere enorme e perfettamente strutturato, per semplificare la diagnosi e provare a reagire con strumenti altrettanto semplici, il vorace fruitore di Panama Papers gode della grandezza dei file perché tutto questo male diventa per lui insormontabile, al punto da dimostrare che non c’è nulla – oltre a una bella dose quotidiana di infotainment – che un privato cittadino possa realisticamente fare.

Tutto questo, sommato all’intrinseca fugacità dell’informazione 2.0 (tra un mese Panama Papers sarà solo un ricordo lontano) genera un sistema altamente immune da questo genere di attacchi. Se lo scandalo diventa un fatto estetico, perdendo ogni significato politico, si crea un fossato di impotenza tra il piano reale e quello mediatico. Una sorta di Medioevo contemporaneo, dove il potere esiste ma è in una sfera irrimediabilmente distante dalla folla al di qua dello schermo: più o meno la distanza che c’è tra un paradiso fiscale e una tassa patrimoniale, tra Panama e il Caf sotto casa.