Bruno Rizzi era un intellettuale italiano. Si definiva un marxista eretico, era convinto che l’economia marxista fosse un ostacolo insormontabile sulla via del comunismo, credeva nella concorrenza e nel vero libero mercato. Nel suo libro “La burocratizzazione del mondo” (1939) anticipò la fine del tetro statalismo sovietico. In tempi di adesioni cieche al comunismo, un’autentica eresia. La sua irrequietezza intellettuale gli aveva causato già (a lui che diciannovenne aveva partecipato alla fondazione del partito) l’espulsione dal PCI, ciò che gli consentì però nonostante i guai e le persecuzioni subite con il fascismo, di ottenere il passaporto nel 1934 (si guadagnava da vivere facendo il rappresentante di scarpe) e andare a Parigi, dove sarebbe tornato nel 1939  e dove avrebbe pubblicato il suo libro, firmandolo solo come Bruno R. . La questione di fondo, a suo parere, stava nella forma partito, nel suo congenito conservatorismo, nella sua fisiologica esigenza di dotarsi di un apparato stabile di funzionari stipendiati.

Così nel 1951, insieme a Mario Mariani, provò a fondare a Milano una nuova formazione politica, il MUP (Movimento di Unità Proletaria): per evitare la formazione di un apparato interno che finisse per formare una categoria a sé con interessi propri che una volta giunte al potere si limitano a curare interessi particolari, divergenti da quelli per i quali erano stati eletti, erano abolite le cariche fisse.  “pensiamo che la carica a rotazione può svellere il professionismo politico, l’autoritarismo, la degenerazione e la prostituzione di tutte le organizzazioni politiche finora conosciute. Occorre un’organizzazione di natura diversa da quella dei partiti/…/Non esistono problemi insolubili. L’importante è impostarli; poi qualcuno li risolverà”.

Aldilà del fatto che Grillo e Casaleggio ne siano o meno a conoscenza, la storia di Rizzi e del MUP è interessante perché si  presenta -nel suo essere “contro” e genericamente “extraparlamentare”- come preistorica premessa culturale del Movimento Cinque Stelle, con la rotazione delle cariche e il suo progetto “anti-politico” da portare nelle istituzioni. Senza rete, il Movimento Cinque Stelle non sarebbe nato; con la rete chissà se i trapezisti Rizzi e Mariani sarebbero sfuggiti all’inevitabile caduta.  Di sicuro il piano a cinque stelle consistente nel portare segmenti o blocchi di società reale dentro le istituzioni a Rizzi sarebbe piaciuto, anche in epoca pre-disaffezione. Mai è piaciuto invece al sistema dei partiti che snobbandolo, ignorandolo, minimizzandolo per anni sono riusciti solo a farlo crescere confermando la loro congenita distanza dalla vita quotidiana, il loro auto-arroccamento, proprio quello tanto criticato da Rizzi. E mai è piaciuto, nel suo complesso, a una stampa che per una ragione o per un’altra lo ha sempre guardato come in uno zoo si può guardare  nella gabbia delle scimmie: simpatiche, vivaci, sempre pericolose e soprattutto  inevitabilmente litigiose, accanendosi con retroscena su retroscena, inchieste spesso ridicole (firmate soprattutto dal duo repubblica-Espresso) e congetture mai provate da fatti, come mai era stato fatto su alcuna formazione politica e sui suoi esponenti, ricorrendo a mezzi anche poco trasparenti come il subdolo “fuori onda”.

Napolitano era l’unico a non essersene accorto, ma il boom del progetto di Grillo e Casaleggio, nato dal basso per approdare in alto, senza destre e senza sinistre, lo avevano sentito tutti. E tutti in qualche modo sono corsi ai ripari, contro questo gruppo di giovani variamente motivati introdottisi abusivamente nel tempio. A cominciare dai soliti opinionisti, molto scandalizzati dai pochi voti ottenuti da qualche eletto ma non certo dalle liste preconfezionate studiate da un segretario di partito. Le possibili defezioni, gli incidenti di percorso, Grillo li aveva messi in conto fin dall’inizio, riassumendoli come “effetto Scilipoti”. Ma al di là dello scilipotismo, altro nome di quella proverbiale tendenza a salire sul carro del vincitore in un Paese sulla cui bandiera, come diceva Longanesi, c’è scritto “tengo famiglia”, forse Grillo e Casaleggio erano stati ottimisti sulla possibilità di gestire i propri parlamentari, illudendosi che bastasse mettere in movimento alcune opportune “cinghie di trasmissione” (uffici stampa, coordinatori vari, non di rado entrati in conflitto tra loro) per oliare bene il complesso meccanismo a tre su cui si fonda il sistema a cinque stelle: il duo Grillo-Casaleggio, la rete e, appunto, i parlamentari. Parlamentari che per mantenere fede al progetto iniziale avrebbero dovuto comportarsi come una sorta di esercito auto e insieme eterodiretto. Cosa complicata perfino in Paesi notoriamente a fantasia zero e senso della disciplina altissimo tipo Giappone o Germania, figuriamoci in un Paese di fottuti individualisti come noi italiani, per i quali storicamente il verbo “fare sistema” è sempre stato di sconosciuta coniugazione. Dissensi, diverbi, invidie, rivalità, venute a galla con fragore inizialmente proprio su quell’argomento su cui perfino i parenti si tramutano tante volte in serpenti, ovvero quello dei soldi, che in questo caso –una volta rinunciato per contratto a metà dello stipedio- assume la forma squallida di diarie e di scontrini. Quelli che gli ultimi due espulsi, Artini e la Pinna avrebbero smesso di rendicontare dall’inizio dell’anno, venendo meno agli accordi interni. Con gran gioia dei partiti che in questi disordini interni vedono i segni di un’implosione da tempo sperata, di quella parte consistente della stampa sempre molto sensibile a ogni minimo segnale di crisi “interiore”, nonché di quella “sinistra” benpensante rivelatasi talmente ossessionata dallo spettro di Berlusconi da votarne infine il vero erede Renzi. Nessuno sa come andrà a finire questa nuova battaglia interna del movimento, certo esacerbata dal modesto risultato nelle recenti elezioni regionali; nessuno sa prevedere gli sviluppi futuri di un movimento che mai è parso tanto in difficoltà come oggi; nessuno riesce a immaginare se siamo di fronte a una semplice impasse, a una fisiologica crisi di crescita, o a segnali di un tramonto prossimo venturo. Di sicuro la loro sfida resta la stessa dei tempi di Rizzi, traducibile in una domanda affascinante e di fatto ossimorica: “Come può un movimento nato come anti-istituzionale diventare istituzionale?”.