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Ben tornato a sinistra, caro senso storico. E caro spirito critico. Una pattuglia di giovani intellettuali fra la Toscana, Trieste e il Veneto, tutti ex sinistra più o meno radicale, stanno facendo l’inedito tentativo di dar forma non solo concettuale ma anche politica, d’azione, ad un populismo – proprio così: populismo – declinato in quel versante, finora ammorbato dall’arrogante snobismo da “pensiero debole” che accomuna, per capirci, le zucche vuote del renzismo rampante al nostalgismo anacronistico degli orfani del socialismo reale (dimostratosi esiziale) e altri gruppettari vari. Ossia il pregiudizio secondo cui, se la società non si adegua alle magnifiche sorti progressive dei loro quattro schemini ideologici, non sono loro a non capirci un’acca della società e di come si sia trasformata, ma è la società, il popolo ignorante, la plebaglia che non capisce di essere stupida. 

Così, in totale e benvenuta controtendenza rispetto alla faciloneria da marketing peracottaro, hanno scritto un classicissimo manifesto, come ai bei tempi, in cui si trova un’analisi finalmente attuale, aggiornata, che si sforza di interpretare i problemi del presente con gli occhi del presente, e non con gli occhiali sfuocanti del passato. E l’hanno chiamato, questo esperimento, “populismo democratico”, per differenziarlo dal populismo mediaticamente inteso, che per un verso è di destra o comunque non sta a sinistra (la Lega o il M5S in Italia, il Front National in Francia, l’Ukip in Inghilterra ecc), e per un altro è sinonimo di semplice assenza di filtro e mediazione fra leader personalistici ed elettori (Berlusconi e lo stesso Renzi, Trump negli Usa, in certa misura Putin in Russia). Il documento, finora unico atto pubblico assieme alle conferenze di presentazione e discussione in giro per l’Italia in questi primi mesi, s’ispira al pensiero dell’argentino Ernesto Laclau ed in sostanza fa salutariamente tabula rasa di alcuni tabù che ingabbiano il sinistrume decrepito:

La sovranità, non solo nazionale, ma anche locale, e qui si apre il fecondo campo interlocutorio con il principio federalistico della sussidiarietà.

La comunità, non soltanto intesa nel senso generico di appartenenza ideale, ma anche dal punto di vista concreto delle diversità, delle tradizioni, dei legami sentimentali.

Il ruolo essenziale e carismatico dei leader,chiamiamoli semplicemente, in italiano, capi, no?

Il superamento di certo classismo ottocentesco che non risponde più a ciò che caratterizza i perdenti in quella guerra planetaria, che rimane di classe, altrimenti nota come globalizzazione. Non più operai e contadini contro padroni, o proletari contro borghesi, ma precari e sfruttati, siano operai o artigiani o autonomi, contro privilegiati e paraculati di sistema, lavoro contro finanza, produzione contro speculazione.

L’europeismo avverso a questa Europa delle banche, per un’Europa dei popoli (espressione logora, ma chiara).

Per saperne qualcosa in più sul pensiero di Ernesto Laclau vi proponiamo (in inglese) una lezione tenuta all’università di Brigthon

L’obiettivo è definire un nuovo soggetto dichiaramente rivoluzionario, il popolo, il demos che sta in basso, che punti a rovesciare il potere ingiusto e abusivo dell’oligarchia che sta in alto. Ci si prefigge la grande impresa di far emergere, ai sordo-ciechi di sinistra, da un lato un “noi” che c’è già ma è nascosto dalle incrostate falsificazioni di chi blatera di “cittadini globali”, e dall’altro un loro, un nemico (non avversario o, in inglesorum, competitor: proprio nemico) giustamente da odiare, giacché l’odio è sentimento nobile come l’amore, se civilmente controllato e incanalato. Populismo appunto “democratico”: un pleonasmo, a dirla tutta. Nell’accezione originaria del termine ateniese il popolo rimandava non solo e non tanto al metodo (principio di maggioranza, uguaglianza di fronte alla legge, partecipazione diretta) ma ad una connotazione sociale: i poveri, o meglio i meno abbienti, i meno dotati economicamente, gli svantaggiati in partenza, contrapposti a chi letteralmente possiede un vantaggio in sé iniquo per esercitare la Politica. Ovvero, com’era allora e com’è oggi – e com’è sempre stato – poter contare su una maggiore disponibilità di denaro e mezzi. Il valore (virtù) della capacità, contro la stortura della denarocrazia.

«La soluzione alla crisi politica ed economica che soffre l’Italia è un populismo democratico, che unisca i cittadini che in questo momento non si sentono rappresentati e li coinvolga nella costruzione di un paese più libero e più giusto»

Navigare in mare aperto, dicono i neo-populisti che hanno tagliato gli ormeggi del sinistrismo alle proprie spalle. Era ora. Non fanno che applicare la lezione migliore del Marx “diagnostico”: analizzare il mondo per cambiarlo. Ma a partire dal mondo per com’è, non per come vorremmo che fosse. Non inventano nulla di nuovo, sia chiaro: a destra, o meglio non a sinistra (se vogliamo ancora utilizzare questa infantile segnaletica stradale), è da mo’ che realtà coraggiose, piccole ma culturalmente dinamiche, hanno intrapreso la ricerca di nuovi approdi, al di fuori e al di là delle divisioni del secolo scorso. Sul piano politico di massa, il Movimento 5 Stelle rappresenta un macroscopico esempio di annullamento di steccati senza più rispondenza con la struttura sociale, che tuttavia manca di coerenza, visione, pensiero forte. A sinistra, invece, è finora rimasta cenerentola in grave ritardo: le vecchie categorie e preconcetti sono duri a morire, anche se brillanti eccezioni ce ne sono state e ce ne sono, come il comunitarista Costanzo Preve, il populista americano Lasch, l’anarco-nicciano Onfray, il socialista anti-progressista Michéa. I populisti democratici ambiscono gramscianamente all’egemonia, che come si sa non è solo un fatto teorico, ma pratico, vissuto, fondato sul “senso comune” popolare. E Senso Comune, difatti, è il nome dell’associazione-avanguardia.

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www.senso-comune.it

Chi scrive, oltre alla vitalità programmatica, ha notato due punti di forza e due limiti. Il primo fattore positivo è la caduta di quell’orrore intellettualistico, tipico del sinistrorso medio e più ancora di quello colto o semicolto, verso la componente irrazionale, emotiva, istintuale che agisce eccome, nell’immaginario e di conseguenza, alla Marx, nella sovrastruttura. Qui c’è del buon Gramsci, ma più ancora dell’ingiustamente screditato Sorel: per fare politica rivoluzionaria occorrono miti, riti e liturgie, le formulazioni libresche e il dibattito masturbatorio non bastano. Il secondo è la composizione e qualità umana dei promotori: anche se forse un po’ legnosi, è gente schietta, senza fronzoli, facce del popolo. E’ più importante di quel che si possa pensare, perché se vuoi radunare un popolo non devi sembrare, devi essere di quel popolo.

I due elementi negativi sono invece i seguenti. Uno: è amabilmente paradossale che degli aspiranti populisti si propongano inizialmente con quanto di meno populista e di più elitario ci sia, e cioè uno scritto assolutamente ben scritto sotto il profilo teoretico, ma assolutamente lontano dal linguaggio, dalle modalità comunicative e dalla comprensione del popolo minuto. Dalla regìa ci hanno assicurato che ciò non avverrà per tutto il lavoro che faranno, una volta tarate consistenza e potenzialità del futuro movimento. Bisogna parlare come si mangia, e pensare come si beve: le sofisticate e costose bevande da cocktail radical-chic si lascino ai sinistrati del mesozoico. Due: nel merito politico, lo spazio che realisticamente possono occupare è il campo dei disillusi in quel che resta della gauche estrema, antagonista o come diavolo si chiama. Non di più. Recuperando forse, e solo in qualche caso, qualche ex compagno finito fra i grillini e deluso dalla loro inevitabile, ma maldestra, istituzionalizzazione (che però, a parere del qui scrivente, non ne elimina l’utile funzione destabilizzante all’interno del sistema). Giammai pescheranno anime fra chi ha scelto i populisti di destra. Insomma, si rivolgono oggettivamente ad una nicchia della nicchia, che ci auguriamo venga assorbita in buona parte, così da spazzar via una volte per tutte nostalgici ed ectoplasmi fermi al ’45, al ’68, o se va bene all’89.

Siano ambiziosi, ma non troppo ambiziosi. Piedi per terra e chiariscano i fondamentali: chi sono esattamente i nemici, e chi fa parte invece del popolo? Da cosa cominciare per creare – più da artisti che da scienziati – la nuova mitologia popolare? Non abbiano paura di recidere quel che va reciso, non si diano alla excusatio non petita (tipo: «Non siamo rossobruni»– chi se ne frega, il popolo manco sa chi sono, i rossobruni), non abbiano nessuna remora, né umana né politica, a confrontarsi e gettare ponti con chi ha fatto percorsi simili provenendo da altri lidi (un ex nouvelle droite come Alain De Benoist con le sue Nuove Sintesi, un “socialista reazionario” come Massimo Fini con il suo Manifesto dell’Antimodernità, un ex marxista come Serge Latouche e la sua “decrescita felice”, figlia dell’anti-utilitarismo di Caillé e Polanyi e dell’ecologismo integrale di Gorz). E infine, ma questo non è necessario dirlo, intransigenza massima sugli ideali di fondo, quelli sì senza tempo:

Giustizia, libertà, dignità

E un’unica pregiudiziale: nessuna stretta di mano col porco liberale.