Quello che è successo ieri al Festival del Giornalismo di Perugia è un atto criminale verso il pubblico presente. Mi scuso per il termine così altisonante, ma non trovo sinonimi per esprimere più onestamente quello a cui abbiamo assistito. Un “dibattito”, l’unico dell’intera manifestazione, sulla questione LGBT (unioni civili, adozioni, utero in affitto, etc.) che ha visto come “dibattenti” i seguenti: Chiara Lalli, la più agguerrita intellettuale italiana, insieme a Michela Marzano, nel sostenere la teoria gender; Melita Cavallo, giudice dei minori che cerca di introdurre la stepchild adoption in Italia a colpi di sentenze; Caterina Coppola, ex direttrice del portale Gay.it; Dario Accolla, blogger e attivista LGBT – il quale ha esordito con la battuta “Oggi siamo quattro relatrici”.

Da un tavolo così univocamente schierato, più che un dibattito è sgorgata una propaganda monotòna a quattro altoparlanti che divulgava esclusivamente il punto di vista più estremista che esiste sull’argomento, senza il minimo straccio di contraddittorio.
Ciò che più ferisce non è stata questa liturgia del pensiero unico in sé, quanto il fatto che si sia svolta all’interno di un Festival del Giornalismo. Le centocinquanta persone del pubblico ieri sera saranno tornate a casa pensando che non esistono altre posizioni oltre al più radicale decostruzionismo gender, credendo che ogni vera femminista adora la pratica (mostruosa) dell’utero in affitto, e che ogni psicologo è convinto che crescere con due, quattro o zero “mamme” sia esattamente la stessa cosa per un bambino, perché tanto “basta l’amore”.

Non interessa ora entrare nel merito dell’argomento, ma affrontare la questione del metodo. È stata una cerimonia mortificante per la professione del giornalismo, un calcio nello stomaco per tutti quelli che si sforzano di essere imparziali, ma soprattutto non dimenticano mai di dichiarare la propria inesorabile parzialità, il loro essere sempre parte in una causa più complessa, e proprio in nome della professione che svolgono esigono che tutte le parti vengano rappresentate. Altrimenti si passa alla pura ideologia, ai comizi politici, alle sezioni di partito. Tutte cose degnissime, ma che evidentemente non sono giornalismo.