di Luca Bianco 
La guerra è da sempre uno strumento di maggiore coesione ed unione per coloro che sono attaccati. Lo insegna la storia. La Grande Guerra segnò per l’Italia monarchica la fine del processo di unificazione nazionale, non solo a livello territoriale – con l’annessione delle terre irredente – ma anche politico e sociale. Si erano finalmente “fatti gli italiani”(come voleva il cavouriano D’Azeglio circa mezzo secolo prima). Si era formato il sentimento di unità nazionale, fondamentale per la legittimazione politica di uno Stato moderno. Quel sentimento che oggi non si riscontra a livello europeo. La seconda guerra mondiale rappresentò, in questi termini, il momento costitutivo dell’Europa moderna: i sei anni di guerra europea non hanno precedenti nella storia come strumento di spinta alla coesione non di uno Stato o di un popolo, ma di un intero continente.
La minaccia rappresentata dal nazifascismo fu il collante di riferimento che unì la popolazione europea attorno ai valori cardine di pace, democrazia e libertà. Grazie ai nemici Hitler e Mussolini, e alla guerra che loro cominciarono, si affermò definitivamente l’ideale di un’Europa Unita. Fu proprio un antifascista, Altiero Spinelli – padre spirituale dell’integrazione europea – a scrivere il famoso manifesto di Ventotene. La base ideologica delle successive comunità europee. Da questi due esempi si può dedurre come lo strumento più efficace per la nascita di un sentimento di coesione tra popoli  sia proprio la minaccia rappresentata dalla guerra. Ed oggi, questi insegnamenti del passato, possono tornare utili a coloro che credono e vogliono favorire il processo di unificazione politica europea. Le dichiarazioni di alcuni leaders europei di questi giorni ne sono un esempio. Il presidente francese Francois Hollande, ad esempio, afferma: “Con gli attacchi di Bruxelles è stata colpita l’intera Europa”(22 marzo 2016). Ed ancora: “La Francia è in guerra. L’Isis è nostro nemico. E non hanno dichiarato guerra solo alla Francia, ma a tutta l’Europa. Dobbiamo unire le nostre forze. Dobbiamo unirci in Europa”(16 novembre 2015).
La crisi economica e politica che ha colpito l’occidente da otto anni a questa parte ha sospeso, se non addirittura paralizzato, il processo di integrazione europea che aveva raggiunto il suo apogeo con la Costituzione di Roma e l’allargamento ad Est del 2004. Da quella data l’Unione Europea si è fermata nella sua marcia a tappe forzate iniziata al termine del secondo conflitto mondiale verso l’integrazione. Ma non solo: da alcuni anni essa è anche minacciata dall’ampia diffusione di forze politiche euroscettiche e nazionaliste, le quali hanno un unico obiettivo: la fine dell’Unione. Di pari passo a tali minacce, il terrorismo non è solo un’ulteriore fonte di incertezza ed instabilità per le cancellerie europee e per le istituzioni di Bruxelles. Esso rappresenta, in un’ottica unicamente utilitarista e politica, una grande occasione per i leader europeisti. Dopo anni di crisi e di divisione si è finalmente trovata un’opportunità di coesione e di solidarietà europea. Un’opportunità che mancava probabilmente dai tempi della minaccia nazifascista. Proprio come Hitler e Mussolini, le minacce dello Stato Islamico saranno così utili per una maggiore integrazione europea in molti campi non ancora ben sviluppati: politico(convergenza sul tema da parte dei capi di governo dopo anni di scintille scaturite dalla crisi), giuridico(ricerca di norme giudiziarie e di polizia comuni, tra cui il ripetuto richiamo ad una intelligence unificata) ed infine istituzionale(conseguente ripresa dei negoziati per nuovi trattati costitutivi del progetto europeo). Machiavelli diceva che uno Stato, per essere sovrano, necessita di una moneta e di un esercito. L’euro è già una realtà. Manca una guerra vera e propria. Solo così i fanatici a tutti costi degli Stati Uniti d’Europa potranno giustificare la nascita di un esercito continentale.