“Ancora troppo presto per organizzare il proprio sgargiante declino
ma non abbastanza da non averne un’idea”
Massimo Volume

Premessa 1. La dimensione spirituale dell’uomo non lo fa mai vivere come la somma delle sue parti materiali in quel preciso istante, ma gli dà sempre un po’ di energia in più o in meno, a seconda che sia felice o triste, ottimista o frustrato. Chi va in palestra ed è depresso, riuscirà ad alzare meno pesi di quando è euforico.

Premessa 2. Lo stato stazionario è un’astrazione che non esiste davvero in natura, specialmente nei sistemi biofisici e in tutto ciò che sottosta alle leggi della termodinamica. Per restare apparentemente fermo, un organismo deve spendere comunque una certa quantità di energia. Questo è valido a maggior ragione in un ambiente altamente competitivo come l’economia di mercato, nel quale i soggetti crescono o decrescono, ed eventuali plateau sono sempre accidentali ed estemporanei.

Nel 2012, un sottosegretario del governo Monti disse che stavamo vivendo “al di sopra delle nostre possibilità”. È difficile stabilire se fosse vero. Uno Stato – come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti quelli che parlano di macroeconomia – non è paragonabile ad una famiglia, che se guadagna ‘n’ soldi e ne spende ‘n+1’ sta chiaramente vivendo al di sopra delle sue possibilità. Molti economisti concordano nel dire che è un po’ più complicato.
Ma ammettiamo che fosse davvero così. Ammettiamo che sia facilmente calcolabile, e che l’Italia stesse davvero vivendo al di sopra delle proprie possibilità. A quelle frasi seguirono tagli, revisioni di spesa, riforme pensionistiche e tutta la narrazione sulla austerity che conosciamo.

Ciò che forse non fu chiaro e sicuramente non fu detto, ma sta emergendo con grande forza da almeno un paio di anni a questa parte (da Brexit a Conte premier), è che vivere materialmente un po’ al di sopra dei nostri mezzi aveva anche significato produrre un immaginario politico e culturale molto più al di sopra dei nostri reali interessi e bisogni primari. Sull’altare del progressismo, cioè nella speranza – fondata e costantemente realizzata, dal dopoguerra al 2007 – che le cose domani andassero meglio di oggi, abbiamo alienato tutte le pulsioni conflittuali. Abbiamo smesso di scherzare i diversi e offendere i deboli, di chiuderci nei nostri clan; non abbiamo più fatto guerra ai nemici. Poiché l’universo era in espansione, tutti traevamo vantaggio da una piccola repressione del nostro io più istintivo. In cambio di questa costrizione ci è stata data la libertà di consumare. Economicamente, abbiamo accettato di lavorare in città alienanti e sradicate per 5 giorni a settimana, a patto di prendere un aereo ogni sabato per andare a mettere la testa in qualche sabbia fino al lunedì. Abbiamo visto nella precarietà dei contratti un male necessario e minore, a fronte degli stipendi crescenti. Finché le cose giravano, abbiamo girato.
Culturalmente abbiamo cercato di elevarci, anche andando contro i nostri gusti immediati, perché elevarsi era innanzitutto pensabile. Siamo andati ai concerti di musica classica e alle mostre di arte contemporanea, senza apprezzare subito tutto ma per educarci all’ascolto. Abbiamo guardato il cinema gitano, per cercare di comprendere la diversità di chi vive in modo così strano. Abbiamo seguito le storie degli immigrati, anzi abbiamo iniziato a chiamarli migranti, e a volerli accogliere, perché anche loro potessero sperare come noi in un domani migliore.

Adesso però la bolla è scoppiata, e ci rimane solo un po’ di fastidioso e prezioso sapone addosso. Un domani migliore per tutti, per definizione di austerity, non può più esistere. Il gioco è diventato a somma quasi-zero (esattamente il 3%), e se ad alcuni va bene ad altri andrà male. Per qualche ragione macroeconomica ancora poco chiara, la redistribuzione funziona sempre peggio, quindi quelli a cui va bene saranno sempre meno, mentre ai sempre-più andrà peggio. Quanto peggio, in termini assoluti, conta poco. Conta poco che nessuno di noi muoia di fame o vada in giro scalzo. Per annientare il morale basta la tendenza, anche minima. La decrescita economica è già qui tra noi, ormai da anni, e la regressione politico-culturale – seppur con un certo ritardo di percezione – non poteva che seguire.

Usiamo la parola ‘regressione’ in senso stretto, non per forza negativo. Accorciamento, contrazione. È un meccanismo di difesa, volontario o involontario, di tutti gli organismi in pericolo. Può essere il preludio della morte, o di una nuova spinta vitale – si vedrà. Forse potrebbero nascerne anche cose buone: meno consumismo e più comunità, ad esempio. Però intanto c’è, è qui. E va gestito nel modo migliore (cioè meno sanguinoso) possibile. Queste saranno le vere sfide con cui i politici seri dovranno misurarsi: prima gestire la contrazione, e poi, eventualmente, mettere le basi per un nuovo rilancio. I politici meno seri, a cui forse possiamo estendere la volgare etichetta di ‘cialtroni’, continueranno invece a fare le scenate strazianti di chi è rimasto orfano culturale di un mondo in espansione. Beninteso, quegli ideali piacevano a tutti. Ma abbiamo scoperto, forse un po’ in ritardo, che il progressismo è la proiezione culturale di uno sviluppo economico sempre crescente e distribuito. Finiti i soldi, finito il progressismo. Massimo rispetto, quindi, per il dolore degli orfani, ma non è di queste guide che abbiamo bisogno in questa fase. ⊥