Oggi il Parlamento italiano si appresta a votare un nuovo decreto legge sullo ius soli, ovvero l’attribuzione del diritto di cittadinanza agli individui che nascono su suolo italiano. Questa prassi viene già applicata in molti Paesi, e anche in Portogallo in questi giorni si è attivato un dibattito parlamentare per agevolare l’approvazione di una legge che acconsenta alla naturalizzazione e all’estensione della cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Portogallo. Il parere “de noantri”, al solito assume sfumature retoriche che con l’etica o la giurisprudenza, discipline notoriamente non accostabili, non hanno niente a che vedere. Il solito fritto misto dal disgustoso sapore demagogico in salsa qualunquista. Bentornati alla fiera della banalità. Nessuno vuole arrogarsi il diritto di ritenersi depositario della verità assoluta, ma andare a discernere una serie di ragioni, pro e contro, la naturalizzazione dello straniero aiuta ad alimentare un dibattito intelligente e ponderato.

Di per sé lo ius soli non è una barbarie: chi nasce e cresce in un determinato territorio ne subisce le influenze ambientali e culturali. Basta farsi un giro in Via Paolo Sarpi a Milano per ascoltare il perfetto accento milanese delle centinaia di Hu e Xi che vivono nel capoluogo lombardo per rendersi conto di come non sia la forma degli occhi a far la differenza sulla formazione culturale di una persona. La difesa e la preservazione della razza è un discorso che nel 2017 è superlativamente demodé, oltre che in un certo qual modo stupido. Chi millanta battaglie identitarie sulla preservazione della cultura e delle tradizioni probabilmente non sa che la divulgazione culturale è un fatto che nulla ha a che vedere col colore della pelle. La questione dell’identità è una questione di Stato e cittadino. Uno Stato forte e fiero che difenda il proprio patrimonio e lo tramandi, che trasmetta amor di patria e rispetti i suoi cittadini.

È il rafforzamento delle istituzioni, non della xenofobia, che crea identità e patria. Certo vi è il rovescio della medaglia, che è una questione puramente politica, rilevante: la difesa dei confini. L’invasione è qualunquista, banalizza un fenomeno più complesso che rischia di automatizzare una catena di montaggio dei passaporti. E se da domani cominciassero ad arrivare stuoli di rifugiati, di famiglie in dolce attesa pronte a sfornare pargoli su suolo italiano? Che si fa? Ci teniamo i bebè e rimandiamo a casa i genitori perché extracomunitari? È priorità dunque prevenire il turismo e l’immigrazione programmate all’ottenimento del permesso di soggiorno, facendo leva su una superficialità legislativa che tappa una falla laddove c’è una voragine. Non regge neanche il discorso del crollo delle nascite che riducono la popolazione, dunque menomale che ci sono i migranti che fanno figli. I cittadini non possono sopperire all’assenza dello Stato. Non per amor di razza (quale razza, poi?), ma di sovranità, che si deve ponderare una scelta come lo ius soli. Non la politica del “sedere” (al tavolo), ma della ragione e della razionalità.