Secondo il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre, il cui saggio più noto è Dopo la Virtù (After Virtue, 1981), la peculiarità del dibattito morale contemporaneo è il suo carattere insolubile ed interminabile. Sembra impossibile pervenire ad un accordo morale sulle grandi questioni etiche, inevitabilmente controverse, attraverso l’utilizzo della ragione. Ronald Dworkin lo affermava senza mezzi termini: al centro del liberalismo moderno (e verrebbe da suggerire del liberalismo tout court) risiede la convinzione che la questione relativa a cosa è bene e cosa è male per l’uomo deve rimanere, nella sfera pubblica, sistematicamente irrisolta. Pluralismo è la parola magica con cui si cerca di trasformare la suddetta insolubilità in qualcosa non solo di positivo ma anche di desiderabile. Chi di noi, in pubblico, oserebbe anche solo mettere in dubbio i meriti di una società pluralista?

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Alasdair MacIntyre, autore del libro “Dopo la virtù”

L’inconciliabilità delle diverse posizioni in campo morale risulta dall’incommensurabilità concettuale delle premesse addotte. Si prenda il caso del suicidio assistito, tornato ad animare il parterre mediatico ed intellettuale, soprattutto quello mediatico, in seguito alla tristissima vicenda del dj Fabiano Antoniani. Da un lato della barricata c’è chi sostiene che ciascuno ha un diritto assoluto di disporre della propria persona e del proprio corpo, dunque anche di porre fine alla propria vita. Di conseguenza, lo Stato non solo non dovrebbe punire coloro che concorrono all’attuazione di un suicidio, ma anzi dovrebbe istituire il diritto al suicidio assistito per coloro che non sono pienamente in grado di darselo da sé. Dall’altro lato della barricata c’è chi ritiene, invece, che la vita sia un bene in sé, che trascende i diritti dell’individuo, e che esista dunque un limite alla sovranità che ciascuno può esercitare su se stesso. Pertanto, lo Stato dovrebbe anteporre la difesa della vita alla volontà individuale di porvi fine e non riconoscere alcun diritto, né de jurede facto, al suicidio assistito.

Entrambe le conclusioni (esiste un diritto al suicidio assistito vs non esiste un diritto al suicidio assistito) seguono logicamente, o possono essere fatte seguire logicamente, dalle suddette premesse (l’individuo ha un diritto assoluto sulla propria persona e sul proprio corpo vs l’individuo non ha un diritto assoluto sulla propria persona e sul proprio corpo). Ma tali premesse sono talmente radicalmente opposte che risulta di fatto impossibile risolvere razionalmente il feroce confronto che ne consegue, per quanto si tenti di presentare lo stesso confronto come razionale e impersonale. Il dibattito sul suicidio assistito, come ogni dibattito morale contemporaneo, appare come un dibattito tra premesse inconciliabili, dal quale uscirà arbitrariamente vincitrice la premessa mediaticamente più forte e suadente, corroborate da una buona dose di lobbying in seno alle istituzioni. Vista la comprovata abilità manipolatrice dei Radicali a far prevalere le loro istanze, non è difficile immaginare quale sarà, probabilmente, l’esito finale.

“Noi però vogliamo divenire ciò che siamo – nuovi, unici, incomparabili, legislatori di noi stessi, creatori di noi stessi!” (F. Nietzsche, La Gaia Scienza).

Per tornare alla considerazione iniziale di MacIntyre, si potrebbe obiettare, come conviene lo stesso filosofo, che il dibattito morale contemporaneo è insolubile per il semplice fatto che il dibattito morale tout court è e deve essere razionalmente tale. Questo perché ogni giudizio morale non è altro, in fondo, che l’espressione di una preferenza, di un’attitudine, di un sentimento. Secondo tale prospettiva, che MacIntyre definisce largo sensu come emotivista e che permea nel profondo la mentalità di quella parte del globo identificata con l’Occidente, “non esiste e non può esistere alcuna giustificazione razionalmente valida a delle norme oggettive e impersonali, e di conseguenza tali norme [oggettive e impersonali, ndr] non possono esistere”. Insomma, l’io emotivista, l’io che ruggisce in noi figli e figlie del liberalismo trionfante, rigetta totalmente l’esistenza di un qualsiasi criterio definitivo, esterno, che limiti la propria sovranità in ambito morale e che possa risolvere l’insolubilità dei dibattiti di cui sopra. L’io emotivista nega, in altre parole, che esista un fine razionalmente intellegibile, un telos, che non proceda dalla propria volontà strettamente soggettiva e autosufficiente. Se le cose stanno così, non può esserci alcun compromesso (esempio: “Sì al diritto al suicidio assistito, ma regolamentato e a condizione che etc etc etc”) che sia accettabile agli occhi dell’io emotivista: ogni limite posto in base a qualche principio esterno è semplicemente di troppo. Il dialogo, la sintesi costruttiva: tutto una grandissima mascherata.

Ci siamo affrancati dagli schemi teleologici del passato per ritrovarci imprigionati nei nostri soggettivismi impermeabili, incapaci di confrontarsi realmente su un terreno morale condiviso. È questa incomunicabilità che viene fatta passare per pluralismo. A questo punto, sentiamo di far nostro il bivio posto da MacIntyre: o abbracciare interamente ed esplicitamente Nietzsche, che smaschera i tentativi di fondare la morale su qualcosa (l’utilità, l’imperativo categorico, i diritti dell’uomo) che non sia la volontà soggettiva ma che non dipenda altresì da un fine esterno, o richiamare in causa Aristotele, la cui prospettiva teleologica è stata scartata da quei moralisti moderni (a partire da Kant e dagli illuministi sia scozzesi che francesi) che sono stati a loro volta ridicolizzati dalla critica nietzschiana. O il solipsismo morale di Nietzsche, per cui solo l’io può essere fonte dell’autorità morale, o la tradizione aristotelica che suggerisce l’esistenza di un telos esterno, che non procede dalla volontà del singolo e che permette all’uomo di realizzare tanto la sua vocazione morale, o metafisica che dir si voglia, tanto la sua vocazione sociale, ovvero politica.