Grillini e leghisti, non fate tante manfrine: formate questo benedetto governo per liberare l’Italia dagli ingombri di destra (Forza Italia) e sinistra (Partito Democratico), varando una nuova legge elettorale e tornare così a scontrarvi affinché alle urne vinca il migliore, o meglio, il più votato fra voi. E per questa via, finalmente, dare forma definitiva all’embrione di nuovo bipolarismo uscito dalle elezioni il 4 marzo, che ha messo in soffitta quel rottame reazionario che è la suddivisione Destra-Sinistra. Ora, ci sta pure bene assistere ai gradualismi e ai salamelecchi della politica (Grillo che riconosce a Salvini di essere uomo di parola, il candidato premier leghista in pectore, Giorgetti, che tratta con distacco e sufficienza gli “alleati” forzisti), ma sappiamo tutti che la formula che conviene a voi e conviene all’Italia è una sola ed è obbligata: un accordo fra le forze vincitrici, purché provvisorio e mirato.

Primo, perché insieme avete abbastanza seggi nei due rami del parlamento per una solida maggioranza, facendo a meno degli oramai superflui Berlusconi e Renzi. Secondo, perché vi unisce un interesse comune: colonizzare e assorbire ciò che vi sta attorno nei rispettivi campi, incentrando su voi stessi i due futuri poli della politica italiana, ovvero, per la Lega attrarre a sé l’eredità del decotto Berlusca, per i 5 Stelle ridurre ai minimi termini ciò che rimane di Pd e compagni, che rossi sono soltanto di vergogna. Terzo, perché potreste intestare l’intesa governativa allo scopo principale di ideare e approvare una legislazione elettorale che fa al caso vostro, ma anche a quello degli italiani, i quali hanno cristallinamente indicato di volere, ai lati del ring, un polo sovranista da una parte (il Carroccio no-euro e anti-immigrazione) e uno social-libertario dall’altra (il M5S per il reddito di cittadinanza e la democrazia diretta). Quarto, perché nei mesi che occorreranno potreste nel frattempo sfamare i vostri rispettivi elettorati con qualche provvedimento immediato su cui concordate, come il taglio dei vitalizi parlamentari o il varo dell’autonomia di Lombardia e Veneto.

A queste condizioni, limitate e circoscritte, i frustrati del Pd non potrebbero neppure accusarvi di inciucio, dato che di inciucio non si tratterebbe in quanto non si parlerebbe di un governo di legislatura, che vi costringerebbe a sputar sopra alle larghe differenze che vi tengono distanti.

Entrambi dite di volere ridare al nostro Paese una libertà che ha perso incatenandosi al “vincolo esterno” sovranazionale, sia pur nel vostro modo inadeguato e ambiguo (tutti e due, giorni fa, siete corsi a baciare la pantofola dell’ambasciatore Usa). Entrambi malcelate il desiderio di rimodellare a vostra immagine e somiglianza l’agone politico, ridefinendone confini e identità. Entrambi, benché interni al sistema e tutt’altro che anti-sistema, siete attraversati da spinte e istanze sanamente populiste, cioè popolari: il rigetto per uno Stato che sa solo prendere (tasse) e non dare (servizi), l’aspirazione a riconquistare almeno parte della sovranità, la centralità degli interessi e delle esigenze concrete rispetto all’astrattezza elitaria e classista dei numeri. Entrambi siete sostanzialmente e di fatto, chi più chi meno, liberali, ma al contempo, contradditoriamente, siete attraversati da forti correnti irrorate dal bisogno di comunità e dalla rivolta contro la modernità capitalista (il leghismo col recupero, un tantino irrealistico e ipocrita ma soggettivamente sentito, della “tradizione” cristiano-cattolica, il grillismo con il primato, forse non proprio consapevole, del liberatorio valore-Tempo su quello produttivistico e schiavistico del Lavoro).

Fate la cosa giusta: buttate giù tre-quattro punti, il primo dei quali sia una legge-grimaldello per andare al ballottaggio decisivo fra voi marginalizzando i mezzi partiti alle vostre ali, e fate tornare i cittadini al voto. Almeno così avrebbe guadagnato un po’ più di senso, il declamato diritto-dovere di votare, visto che, parafrasando Vasco, questa democrazia della delega e supposta rappresentativa, un senso non ce l’ha.