I ragazzi modello Manuel e Marco sono studenti universitari figli di Valter e Ledo, assicuratore e gestore di un ristorante il primo, pezzo grosso della scena culturale romana l’altro, che la notte dello scorso giovedì hanno drogato e massacrato fino alla morte il ventitreenne Luca Varani. Valter Foffo, padre di Manuel, a guisa di opinionista in tv, ha confessato a Bruno Vespa:« Mio figlio è sempre stato un ragazzo modello». Non si vuole qui riproporre il concetto ormai trito e ritrito del male banale arendtiano e nemmeno il sempreverde moralismo alla “tutta colpa dei genitori” per cercare una spiegazione di quello che da più parti viene chiamato il manifestarsi del “Male”.

E nemmeno andremo a domandare che vengano fatte risonanze magnetiche per magari trovare un cortocircuito, una malattia del lobo pre-frontale (zona cerebrale dell’inibizione) nei cervelli dei due ragazzi della Roma bene e ci rifiuteremo addirittura con imbarazzo di credere alla storia del signor Foffo per cui sarebbe stato anche «il dolore per la perdita dello zio a far scattare la molla omicida» in uno dei due. Si, ma c’è la coca, si potrebbe insinuare. C’è tanta coca. Ma la coca di questi tempi è solo una conseguenza dell’aria che tira e chi ne fa uso sono delle vittime involontarie. Delle vittime tragiche ed involontarie di un modello che fagocita esistenze intere, che perverte i ragazzi modello per farne modelli grotteschi, consumati dal consumo di relazioni leggere, di apericene, di discoteche, vacanze ad Ibiza, di migliaia di selfie, di virilità in bilico tra James Dean e i centri estetici per depilazioni e sopracciglia, di lifestyle a metà strada tra Jersey Shore e Romanzo Criminale. Figlia di questo modello per cui tutto è materia di comunicazione di status, di lancio di significanti a scopo narcisistico e per dominio sub-culturale in cui regna la logica infinita e auto-distruttiva del “più pazzo, più popolare”, è la sessualità disordinata.

Marco Prato, detto Marc, prima un flirt con l’impresentabile della ribalta romana Flavia Vento a mo’ di velina e calciatore, poi strizzatina d’occhio fino al tuffo totale nel mondo gay – isola d’oro dei party chemsex da esperienze limitless, dove “ la lesbica con la parrucca”, come avevano finito per chiamarlo, era un habitué -, per arrivare al sms al fratello di Foffo, la sera del delitto: «vieni, c’è un trans»; Luca Varani, fidanzato felicemente da 9 anni ma dai facili adescamenti, trucidato per un rapporto omo da 120 miserabili euro, lo stesso che nelle ultime apparizioni su Facebook aveva scritto con una frigida ma forse sincera intuizione “Dio creò Adamo ed Eva, non Adamo e Claudio” e che ha dato adito al campione di confusione Luxuria per parlare addirittura di caso di omofobia al contrario (Varani sarebbe stato un gay «represso»). Insomma un disordine di identità, rese se non fluide addirittura gassose, che riempiono le pareti di questa diabolica società dello spettacolo quotidiano e che necessita di un palcoscenico tragico per dare vita a maschere usurate che hanno, in ultimo, deciso di disintegrarsi. Infine c’è la nota ridicola di una “maledizione” decadente che fa quasi ridere: il suicidio con ansiolitici di Prato che non arriva, in un hotel a tre stelle sulla Nomentana, per i litigi e l’insicurezza dovuta al desiderio di cambiare sesso. E a chi, come qualcuno, continua a sconvolgersi man mano che balzano fuori dettagli su biografie e azioni delittuose del triangolo romano, bisognerebbe rispondere con una frase di Pasolini: “ Chi si scandalizza è sempre banale, ma
aggiungo: anche sempre male informato”. È la cultura, bellezza.