Il referendum è concluso, e non si è raggiunto lontanamente il quorum per abrogare la norma relativa al rinnovamento delle concessioni delle trivelle entro le dodici miglia fino ad esaurimento risorse. Il fronte del SI all’abrogazione raggruppava decine di partiti e movimenti, e non è riuscito a smuovere quel 50% + 1 di cui aveva bisogno, sintomo che i partiti non riescono più a far leva sul popolo, e questo è inequivocabile. Dall’altra parte o si è votato NO o ci si è astenuti, come strategia per dire no all’abrogazione sperando che il quorum non fosse raggiunto o semplicemente perché non si era sufficientemente informati, interessati e il voto si snobba a priori. Durante la campagna elettorale dei due fronti si sono affrontati temi legati al referendum e di vitale importanza, ma decisamente lontani da ciò che il referendum chiedeva. Si è parlato di sovranità energetica, di abbandono del petrolio, di nazionalizzazioni, di multinazionali. Chi crede che l’Italia debba perseguire un percorso che la porti alla sovranità energetica, avrebbe dovuto votare sì o no? Chi vorrebbe l’ENI completamente nazionalizzato e operante per gli interessi nazionali, avrebbe dovuto votare sì o no? Chi vuole che l’Italia intraprenda un progressivo cammino verso l’abbandono dei combustibili fossili a favore di energie rinnovabili, avrebbe dovuto votare sì o no? Non esiste una risposta: il referendum non prevedeva questo, era decisamente limitativo e non comprendeva discorsi di vitale importanza come quelli sopracitati. Ma questo è un problema del referendum in sé, e dei limiti della democrazia rappresentativa, che lascia croccantini di democrazia diretta.

Il referendum ha avuto comunque un grande pregio: porre al centro del dibattito la questione energetica. Per questo, ora più che mai, preme ricordare cos’era l’ENI di Enrico Mattei. Un’azienda totalmente a controllo statale che perseguiva gli interessi e il benessere del popolo e della nazione. Enrico Mattei se necessario oltrepassava anche lo stato, la burocrazia, i sindaci: se c’era petrolio o metano e non aveva i permessi, iniziava i lavori anche di notte, incurante di tutti. Non c’erano concessioni: ciò che era in territorio Italiano lo estraeva l’ENI per il popolo Italiano. “Esiste una condizione coloniale quando il gioco della domanda e dell’offerta per una materia prima vitale è alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio? Nel settore del petrolio questa potenza egemonica oligopolistica è il cartello. Io lotto contro il cartello non solo perché è oligopolistico ma perché è maltusiano e maltusiano ai danni dei paesi produttori come ai danni dei paesi consumatori.” Così parlava Mattei, l’uomo che attuò un nuovo modo di collaborare coi paesi produttori: alla pari e pacifico, non dall’alto al basso con una mentalità colonizzatrice. Enrico Mattei sfidò le sette sorelle per l’indipendenza e lo sviluppo dell’Italia, e la fine che gli hanno fatto fare la conosciamo tutti. Non è il caso di dilungarsi ora nella narrazione della vita e delle imprese del dirigente dell’ENI, ma ciò che è di vitale importanza è comprendere che ora che la questione energetica è tornata al centro del dibattito, bisogna tornare a parlare di indipendenza energetica ed economica, di nazionalizzazione, di perseguimento degli interessi e del benessere della propria nazione. Bisogna tornare a parlare dell’ENI di Enrico Mattei, perché è da qui che bisogna ripartire.