Forse non ero neanche alle elementari, quando il mangianastri di mio fratello, suonava una canzoncina dal titolo Pietre di un cantante francese, noto come Antoine. All’epoca non comprendevo il significato, ma solo la melodia che usciva simpaticamente da quell’aggeggio arancione. Attualmente, ogni giorno apro la pagina di un social, da Facebook a Twitter, e le note di quella canzonetta mi tornano alla mente e ne colgo infine il testo.

Tu sei buono e ti tirano le pietre

sei cattivo e ti tirano le pietre

qualunque cosa fai

dovunque te ne vai

tu sempre pietre in faccia prenderai

Tu sei ricco e ti tirano le pietre

tu sei ricco e ti tirano le pietre

al mondo non c’è mai

qualcosa che gli va

e pietre prenderai senza pietà

E sarà così finché vivrai

sarà così…

Se lavori ti tirano le pietre

non fai niente e ti tirano le pietre

il giorno che vorrai

difenderti, vedrai

che solo pietre in faccia prenderai

Se sei bianco ti tirano le pietre

se sei nero ti tirano le pietre

al mondo non c’è mai

qualcosa che gli va

e pietre prenderai senza pietà

e sarà così finché vivrai

e sarà così…

Come si lega questo motivetto al fatto che quotidianamente festeggiamo e ci rendiamo paladini di ogni causa, fosse anche la più assurda? Siamo contro la violenza sulle donne, sugli animali, sul bullismo, sulle ruote dei criceti, sui pettini delle bambole, su qualsiasi foglia muova questo mondo reale o virtuale. Cosa accade tra un giorno nel quale ci distinguiamo come cavalieri senza macchia, pronti a qualsiasi battaglia e il giorno dopo, dove il soldato si fa cecchino tiratore di pietre? La riflessione parte dal caso Elkann – senza la pretesa di voler entrare nel merito della storia della sua famiglia, l’America e tutta la dietrologia da bar – e la sua seconda scivolata. Siamo nuovamente al cospetto del mostro da prima pagina; abbiamo assistito nel giro di un’ora dall’uscita della notizia, termini che vanno dal reietto al decerebrato, dal ricco coglione all’imbecille senza speranza: una galleria di epiteti lunga quanto la tratta Torino New York. Tuttavia, se la memoria non ci inganna, proprio il giorno prima si dibatteva il caso “boldriniano” delle vessazioni da rete. Casistica che non riguarda solo il Presidente della camera dei deputati, ma anche le persone cosiddette comuni. Eppure, ancora nelle stesse ore ci si indignava per la violenza sulle donne. E ancora sdegno su sdegno ritmava le giornate e incedeva fortemente nello spazio ad honorem. Il motivetto continua a risuonare e mi spinge verso un dubbio libero dai tratti amletici: ma se gli irreprensibili, guerrieri di qualsiasi attacco, avessero un amico, un parente, un qualsiasi affetto scivolato nella droga, nell’alcol o in qualsiasi altra patologia, cosa farebbero? Gli tirerebbero le pietre? O indosserebbero la divisa dell’integerrimo?

Il post-gogna del Presidente della Camera

Il post-gogna del Presidente della Camera

Il passato è fonte inesauribile di mostri sbattuti in prima pagina, con tutte le conseguenze del caso. Seppur in ambiti diversi, basti pensare a Marco Pantani o lo stesso Francesco Nuti, solo per soffermarci sulla storia più recente. Se non fosse il rampollo di una famosa famiglia, avrebbe pietre o soccorso? Quanti scivolano quotidianamente nell’oblio di un anonimato? Quanti non si rialzano? Tiriamo loro pietre o andiamo in piazza a manifestare sulla violenza?

La battuta è a tal punto di uso comune, la si fa sui morti e sui vivi indistintamente. Ma l’epiteto, volto solo al vomitare puntualmente il nostro livore, non meriterebbe un social a parte? Suggeriamo al nostro Mark Zuckerberg di creare una nuova piattaforma: “Social-Rage”. Una zona dove tirarsi pietre tutti i giorni, il brutto al bello, il ricco al povero: un tutti contro tutti senza esclusione di colpi. E sullo stesso suolo ognuno può allo stesso tempo mettersi la bandiera della pace sul profilo, quella della donna maltrattata e della nazione vessata di turno. Trionfi di bandiere e improperi nel tiro di un bel masso alla coerenza. Che si seppellisca per sempre: Amen.