L’antisalvinismo è ormai una moda, una posa, uno status symbol. Prima di parlare, a tavola o in tv, è bene proclamarsi antisalvinisti. Questa banalizzazione del male leghista provoca almeno due ordini di problemi, uno pratico ed uno teorico.

Innanzitutto i riti dell’antisalvinismo (gli sputi, i gattini, le braciolate) sono festival del disimpegno politico, aperti anche a tutti quei personaggi che nel loro grigiore quotidiano fanno molti più danni delle sparate di Salvini, e colgono l’occasione per ripulirsi delle loro infamità tuffandosi nel carro dei giusti.
Così come pochi anni fa si poteva essere antiberlusconiani con una mano e fomentare guerre umanitarie con l’altra, oggi si può lavorare alacremente per la distruzione dello Stato e alla sera scherzare leggeri su Salvini. Ristabilire dunque chi combatte sulla base di un discorso politico coerente e chi invece è venuto per le foto di gruppo e gli spritz diventa quindi un’operazione difficile, e per togliere “agibilità politica” ai leghisti si lascia campo aperto a tutto il resto, renziani in primis. Complimenti per la strategia.

In secondo luogo, questo carnevale di cazzate arcobaleno impedisce ancora una volta di indagare seriamente le cause che sono alla base del recente consenso della Lega. In vent’anni di girotondi e apericene nessuno è riuscito a tracciare un’antropologia seria dell’italiano medio, una diagnosi del berlusconismo che andasse oltre la spiegazione preinfantile che giustifica tutto con la frivolezza dei programmi Mediaset. Oggi, allo stesso modo, l’ascesa di Salvini viene rapidamente taggata come #fascista, #razzista e #sessista, senza prestare la minima attenzione alla struttura su cui poggia.

Probabilmente il ‘controfenomeno’ antisalvinista, ennesimo passo della lotta politica verso un orizzonte di goliardia, disorganizzazione ed impotenza, si rivelerà ancora più inutile, velleitario e infine controproducente dell’antiberlusconismo; ma d’altronde, finché abbiamo un premier di sinistra, non c’è motivo di preoccuparsi.