Alla fine è successo quello che bene o male tutti si aspettavano: Alexis Tsipras, l’Allende greco, come qualcuno si era azzardato a chiamarlo, ha ceduto. Alla Troika sono bastati 86 miliardi per comprare la Grecia e i suoi cittadini, facendo svanire quella che per tanti è stata una splendida illusione. Dopo mesi di trattative, un referendum storico e 17 ore di estenuanti colloqui in seno all’Eurogruppo, l’hanno spuntata i creditori, con un piano che il ministro dell’energia ellenico Panagiotis Lafazanis ha definito “un accordo umiliante”. Il governo di Syriza eletto a febbraio tra gli entusiasmi, con una squadra di governo giovane e spregiudicata, salito al potere al grido di mai più austerità, adesso dovrà applicare misure durissime e fare le famose “riforme” in tempi record per sbloccare i tanto agognati aiuti per dare un po’ di respiro ai greci da settimane costretti a prelevare non più di 60 euro al giorno dagli sportelli bancomat. Un calendario piuttosto serrato aspetta il parlamento ateniese che ,entro mercoledì 15 luglio, dovrà approvare la riforma dell’IVA e delle pensioni. Un passaggio tutt’altro che scontato, dal momento che la sinistra di Syriza giura che darà battaglia contro questo accordo da più parti definito una vera e propria umiliazione. Come ad Atene, anche in altre capitali la ratifica dei parlamenti rischia di creare seri problemi ai governi, a partire da quello finlandese che rischia la sua maggioranza in un emiciclo dominato da falchi dell’austerity e determinato a non regalare nemmeno un euro ai greci. La Troika ha vinto ancora sconfiggendo un avversario bravo con le parole, ma forse ancora inesperto e poco deciso per affrontare politici e tecnocrati esperti.

A Bruxelles si è consumata la vittoria del neoliberismo e la debacle della gauche à la Syriza, convinta che basti dire no all’austerità per cambiare l’Europa senza criticare però il sistema della moneta unica europea, vera condicio sine qua non del rigore finanziario che ha stritolato Grecia e affini. La strategia dei creditori è stata chiara, cinica, ma efficace, concedendo l’illusione democratica del referendum, in cui sono caduti in tanti; hanno in realtà posto le basi per imporre le loro condizioni punitive nei confronti di un governo coraggioso, ma ingenuo. Con pensioni, IVA e privatizzazioni la tecnocrazia europea ha messo l’avversario Tsipras sulla strada del tramonto, bruciando un concorrente scomodo, mettendolo spalle al muro. Il prossimo passo saranno le probabili dimissioni del premier ellenico. Ad Atene già si parla di un governo di solidarietà nazionale guidato dall’ex star della Tv, Stavros Theodorakis, leader del partito pro-austerità To Potami, e di nuove elezioni in autunno. Ma quella della Troika è una vittoria di Pirro. Il castello è ormai in via di decadimento e l’intransigenza di tedeschi e nord europei, non fa altro che accelerarne la fine. Il rigore e l’austerità hanno distrutto il progetto europeo, trasformando quello che era un sogno in un incubo senza fine. Ma la guerra non è finita: hanno vinto una battaglia, ma dopo l’estate la situazione greca rischia di replicarsi con le elezioni in Spagna, Portogallo ed Irlanda. Lo scenario che si prospetta può scatenare quell’agognato terremoto politico che cambierà l’impalcatura europea costruita su sterili numeri e non sulle persone. Il fallimento del progetto di Syriza rischia però di ridimensionare gli sforzi degli altri partiti che si battono per la fine dell’austerità e del rigore, come Podemos, in Spagna, candidato naturale per fare da capofila agli orfani di Syriza, che però è altro rispetto al partito greco, ha sì temi simili, ma piattaforma e leadership diverse e ad oggi è l’unico movimento in grado, con i numeri che gli assegnano i sondaggi, di fare la voce grossa e provare a demolire questa Europa per farne rinascere una nuova più equa, solidale e indipendente.