C’è un filo sottile che segna la linea di demarcazione tra libertà e indecenza. E’ quello che Bruno Vespa ha oltrepassato ieri sera mandando in onda sulle reti Rai un’intervista al figlio del ‘Capo dei Capi’ Totò Riina. Salvo Riina ha avuto così la possibilità non solo di pubblicizzare a livello nazionale il suo libro, ma di presentare ai numerosi telespettatori l’immagine di un padre affettuoso, del suo “Eroe”, di quell’uomo che gli ha trasmesso dei valori. Di quali valori si possa parlare, possiamo solo immaginarli. E poco importa se quelle mani che accarezzavano la guancia sua e quella dei suoi fratelli, erano macchiate del sangue di gente onesta, di vittime innocenti. Perché “per me è Salvatore Riina, mio padre”. Non una sola presa di posizione, non un sola parola di condanna nei confronti di un padre mafioso che anzi- dice Riina Junior- “lo Stato mi ha tolto”.

“Lui dice che lo Stato gli ha tolto suo padre. E tutti quei ragazzi a cui lo ha tolto suo padre?”, commenta a fine intervista Felice Cavallaro, parlando di teatrino messo in scena per non dire nulla. Ma Vespa questa domanda non l’avrebbe mai posta a Salvo Riina, perché avrebbe significato mettere in difficoltà l’intervistato piuttosto che offrirgli semplicemente la poltrona per propagandare le gesta di un padre che rispetta così come “comanda il quarto comandamento”. Cosa è cambiato da quella mafia che occupava le prime fila in Chiesa il giorno dopo le sue stragi? Da quella che invocava rispetto con un rosario in mano per poi disconoscere il quinto comandamento? Nulla. Dalle risposte di un figlio di mafioso che non hai mai mostrato pentimento, nulla è cambiato. Anzi, il salotto di Vespa gli da pure spazio per esternare il suo disprezzo nei confronti dei pentiti: non è difficile pensare come un pentito, in quella mentalità mafiosa, sia solo una “traditore”. E non è nemmeno difficile pensare il “rispetto” che, con questa intervista, Totuzzu si sarà ancora una volta conquistato in quegli ambienti.

Non basta invitare in trasmissione il figlio di una vittima di mafia per tappare il buco dell’indecenza, quasi fosse la mafia un argomento su cui ancora dover costruire una opinione. In quella intervista ci sta tutta l’ipocrisia di una mafia che si auto-celebra, che si giustifica e che, ancora una volta, offende ed uccide il nome di tutte quelle persone che vigliaccamente ha spazzato via da questa vita. Non ci sta un Peppino Impastato pronto a gridare che “la mafia è un montagna di merda”. No, ci sta un mafioso che non si è mai posto il problema di cosa fosse la mafia perché la mafia “può essere tutto può essere nulla”. Il che equivale a dire, in una tv pubblica, che anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sarebbero morti per nulla.