In principio era la coppia, in senso stretto: al principio della vita umana c’era – e c’è tuttora – una coppia, un maschio e una femmina, due patrimoni genetici che si uniscono e danno inizio ad una nuova vita. Questo fatto naturale ha fondato, tra le altre, anche la nostra idea di famiglia, e di conseguenza tutta la nostra società. In uno slancio di postmodernità, qualche giorno fa un notaio colombiano ha sancito l’unione matrimoniale tra tre uomini (quello che già da anni viene teorizzato, corollario almeno in parte della teoria gender, come ‘poliamore’). Manuel (50 anni), Víctor (22) e Alejandro (36) dal 3 giugno scorso sono mariti.

Tra parentesi, vorremmo ricordare che la Colombia è il secondo paese latinoamericano con la più alta disuguaglianza sociale (il primo è l’Honduras, che però è molto più povero in termini assoluti). Ettari di baraccopoli circondano gated communities e centri storici curatissimi, ad uso e consumo della primissima classe e dei turisti. A livello continentale, forse è il miglior esempio di liberismo senza regole.

Ora, questo aspetto socioeconomico è solo una (ennesima) correlazione negativa tra “diritti civili” e diritti sociali. Il poliamore resta, per chi scrive, una cosa ripugnante in sé, omo o eterosessuale, in Colombia o nel welfare scandinavo. Sancirlo pubblicamente è un atto politico molto forte, che inevitabilmente avrà effetti sulla società, sulla ulteriore disgregazione dell’esistenza attraverso l’idea di una modularità intercambiabile delle relazioni, anche quelle più intime. Rimuovere la dualità del nucleo familiare vuol dire ammettere famiglie essenzialmente senza limiti. Tolto l’aspetto biologico della genitorialità di madre e padre, non c’è nessun motivo per cui si possa essere “genitori” in 3 e non in 9 o 27. E una società in cui i legami vengono diluiti all’infinito, come in un medicinale omeopatico, ci sembra più brutta e più fragile. Una struttura familiare in cui ogni anello può essere sostituito senza problemi perché globalmente irrilevante, dove l’unica fedeltà possibile rimane quella (tautologica) verso sé stessi, è il manifesto perfetto per un mondo di atomi sempre più slegati e attaccati solo alla loro contingenza. Ma questa continua disintermediazione tra l’individuo e la sua inconsistenza accelera solo la ricerca dell’infelicità, la corsa pazza verso il consumo di tutto, la massima entropia. Chissà se un giorno il notaio di qualche paese sancirà anche l’inalienabile diritto al disordine.