Ora che il M5S è a un passo dal raggiungere nuovi traguardi amministrativi, i quali – se verranno gestiti bene –  potrebbero essere il trampolino di lancio verso ulteriori traguardi nazionali, proviamo a delineare qualche aspetto della creatura di Beppe Grillo & Casaleggio.

Il M5S, più che un movimento politico, è un movimento religioso. Nato in un’atmosfera “post-ideologica” (tra eloquenti virgolette), si rifiuta categoricamente di abbracciare ogni contenuto politico, almeno in maniera esplicita. D’altro canto, l’unico messaggio dichiarato su cui poggia tutta la retorica grillina ruota intorno ad un valore etico individuale, tipico di un normalissimo ente religioso: l’onestà. Svolgendosi interamente su un piano prepolitico, l’onestà non esprime nessun mandato politico. Tutto può essere svolto in contemplazione dell’onestà: onestamente si possono fare tagli o aumenti alla spesa pubblica, onestamente si possono abbattere le frontiere o introdurre le leggi razziali. Essendo un valore etico individuale, l’onestà non ha nessuna valenza politica, relazionale.

Il M5S è quindi un contenitore politico vuoto, e rivendica con orgoglio la sua vuotezza. Ma poiché oltre ad un manifesto mediatico il M5S è anche un movimento reale, all’interno di questo corpo liquido si muovono tutte le correnti politiche del mondo reale: ci sono grillini contro il matrimonio gay e grillini pro LGBT, promotori di conferenze contro la Nato e fermi atlantisti, statalisti e liberisti. Su ogni questione politica (esclusa l’avversione a qualsiasi governo sia in carica) c’è un dibattito interno aperto, la cui somma algebrica è sempre zero.

Che cos’è allora, politicamente, il M5S? È la risposta italiana, tutta forma e niente contenuto, alla famosa crisi della rappresentanza occidentale. E il motivo per cui proprio in Italia si sia dato un populismo così anomalo, così impolitico, mentre in Spagna c’è Podemos e in Francia il Front National, forse è proprio da rintracciare nella nostra sostanziale neutralità ecumenica. Avevamo bisogno di una anti-DC postmoderna da opporre al Partito della Nazione, per dare casa ad una contestazione disimpegnata, generalista, condominiale. In questa casa vive oggi un popolo di attivisti virtuali e materialissimi elettori che hanno perso ogni contatto con la trascendenza. In senso civico, hanno smarrito la distanza, la delega, l’ammissione di finitudine, la considerazione della gerarchia. È un popolo gnostico, che possiede già tutti gli strumenti per darsi risposte semplici, immediate. Perché in fondo ogni mediazione ha in sé il germe della disonestà, e l’unico comandamento dice proprio “non rubare”. Ma la proposta della democrazia diretta basata sul feticcio della Rete, senza una reale redistribuzione dei poteri e dei rapporti di forza, è solo l’ennesimo utopismo tecnologico, nella forma di plebiscitarismo telematico. La Rete messa in pratica da Grillo e Casaleggio sostituisce la vecchia distanza verticale con una sorta di distanza orizzontale, attraverso una serie di dispositivi paradossali (il “non-statuto”, il Direttorio, etc.). Questa nuova, radicale voglia di modernità, in cui le masse non intendono più sopportare l’abisso tra loro e il potere, sarà la sfida politica più interessante dei prossimi decenni. È possibile che in quanto esseri umani abbiamo già superato la soglia di “complessità circostante” che siamo in grado di gestire, ma allora bisognerà rimodellare la struttura reale, accorciare veramente le distanze. Molti esempi, dalla catena di produzione alimentare alla distribuzione energetica, iniziano ad intraprendere questa direzione. Forse anche la politica tornerà a cercare “piccole complessità”, piccole patrie dalla struttura snella e robusta. La sfida è aperta, nessuno ha ancora la ricetta in mano, ma ad ogni modo servirà qualcosa in più di un culto ateo degli onesti.

Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa della “onestà” nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta di areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, poeti, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia peraltro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica. Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo. (…) E’ strano (cioè, non è strano, quando si tengano presenti le spiegazioni psicologiche offerte di sopra) che laddove nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatorie, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini, forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura. “Ma che cosa è, dunque, l’onestà politica” – si domanderà. L’onestà politica non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze. 
Benedetto Croce, Etica e Politica, 1931