Il giovane renziano quando parla mette in atto un curioso meccanismo “inverso”, cioè opposto a quello che storicamente abbiamo conosciuto. È talmente nativo digitale da dover tradurre il linguaggio di Twitter in parole sonanti, con tutte le difficoltà che il cambio di registro comporta: cercare di evitare il silenzio imbarazzante che cala ogni 140 caratteri, limitare l’uso di anglismi, di slogan, di anacoluti. Percepisce in qualche forma vaga la sua ipermodernità, in un mondo (soprattutto quello italiano) che mediamente ancora temporeggia nel cedere il passo alla nuova mutazione linguistica. Il giovane renziano pensa, probabilmente a ragione, di incarnare l’inesorabile futuro. Combatte i #gufi, che, al di là di puntuali questioni strettamente politiche, rappresentano al limite ogni generica forma residuale del mondo analogico. Perché forse il dato più significativo è che è impossibile essere nativi di due mondi a un tempo, madrelingua digitali ed analogici insieme. Sono due codici diversi sostanzialmente, e purtroppo si pensa e si sogna in una sola lingua.