“Chi vi parla di umanità vuol trarvi in inganno!” diceva Pierre Joseph Proudhon più di cento anni fa. Oggi possiamo sostituire “umanità” con “solidarietà”. Ricorderete l’infelice flash mob inscenato dagli attori di Hollywood, tra cui Charlize Theron, durante la cena di gala “Cinema for Peace” tenutasi a febbraio alla Berlinale: un’allegra e spensierata tavolata dello Star System grottesca in cui i partecipanti indossavano le coperte termiche usate dai profughi appena soccorsi in mare. La brillante idea è del noto “artista” Ai Weiwei, celebre per le sue installazioni “di protesta” in cui cerca di evidenziare il dramma dei flussi migratori: a Firenze ha incorniciato i bordi delle finestre di Palazzo Strozzi con dei gommoni, mentre a Berlino con centinaia di giubbotti salvagente ha decorato le colonne della Konzerthaus e ancora a Vienna ha colorato le acque del Belvedere Superiore.

Diciamo questo perché qualche giorno fa è stata la “Prima giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Per celebrarla, la Rai ha ben pensato di proiettare in prima visione assoluta “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, già vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e lanciatissimo verso il premio Oscar. Il regista italiano risulta tra i favoriti, non tanto per merito ma per funzionalità: l’Occidente (qui Hollywood) può finalmente pulirsi la coscienza. Con una statuetta e fiumi di applausi si raggiunge la tanto agognata catarsi mediatica, i grandi del mondo si ricordano che c’è ancora chi soffre e vive in condizioni miserevoli. Il non-detto però è che i riflettori puntati non bastano a risolvere la tragedia migratoria. Nella pellicola Rosi mai problematizza il fenomeno, mai prospetta una soluzione, mai ragiona sulle cause reali, mai evidenzia le conseguenze sul tessuto sociale del Paese che accoglie.

Assistiamo a due ore di retorica che già conosciamo tutti. Il film si divide in due parti: la vita degli isolani e quella di chi prova a raggiungere Lampedusa. Il primo è quello più narrativo-didascalico in senso classico, veniamo trascinati nella vita di tutti i giorni del piccolo Samuele e si resta inevitabilmente affascinati dai ritmi lenti e fissi della tradizione che vive nella sua famiglia: la scena in cui la nonna rassetta il letto e porge i saluti alla foto del marito deceduto, alla Madonna e a Padre Pio è una delle più liriche della cinematografia italiana degli ultimi anni. Il secondo è quello più documentaristico e, purtroppo, il meno riuscito: qui viene raccontato quasi solo per immagini il viaggio della speranza che centinaia di uomini tentano ogni giorno per fuggire dai loro Paesi. Il meno riuscito perché di fatto non aggiunge praticamente nulla alla quotidiana narrazione delle tragedie in mare, emerge qualche volto reale è vero, qualche preghiera sincera; ma per capire la gravità della situazione già bastano i servizi che ogni giorno vengono trasmessi sul piccolo schermo.

Tre anni fa ci fu la più grande tragedia in mare, morirono 366 persone. Eppure non abbiamo la minima idea di cosa fare, né a livello nazionale né a livello europeo (anzi litighiamo per le quote di distribuzione dei migranti!), ma ci si consola con installazioni artistiche e flash mob in giro per il mondo. Ora con Fuocoammare  c’è persino un film in corsa per gli Oscar. C’è una scena in cui profughi di vari Paesi si sfidano fra loro a calcio. Viene citata la Libia. Ma si è parlato della destabilizzazione di quella nazione nel 2011?  Naturalmente no. Più avanti si parla di Siria. Qualcuno si è curato di evidenziare che i profughi scappano perché sono cinque anni che le cancellerie occidentali appoggiano i gruppi terroristici? Naturalmente no. Nulla di nuovo dunque sul fronte occidentale. Come Benigni con gli ebrei, così Rosi con i “negri”. Immortalare gli “ultimi” ha sempre fatto comodo allo Star System ma il problema è altrove:  quando si spengono le luci e finiscono le passerelle sul red carpet i negri restano negri e le stelle restano stelle.

“I miei film sono il contrario di quelli hollywoodiani, che, in varie forme, sono pura propaganda. Ossequienti alla politica di Washington, ma prodotti a Hollywood. È Hollywood il nodo della politica Usa, risultato stellare della vera rivoluzione del Ventesimo secolo: il dominio dei media” (Emir Kusturica).