di Salvatore Ventruto 

È inutile far finta di nulla, nasconderci in evanescenti manifestazioni di coraggio o, peggio ancora, smarrirci nella appariscente retorica della libertà. Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre tutti abbiamo più paura di prima e forse riconoscerlo sarebbe il primo passo per pretendere dai nostri governi scelte e strategie politiche del tutto differenti da quelle messe finora in atto. Il 2015 sarà probabilmente ricordato come l’anno in cui le bombe, i kamikaze, il terrorismo islamico e la sua ultima evoluzione, l’Isis, ci hanno mostrato da vicino il loro volto. Un fenomeno di cui conoscevamo già da tempo l’esistenza, ma che finora abbiamo quasi sempre fatto finta di non vedere.

Ci siamo accorti della sua presenza l’11 settembre 2001 con gli attentati alle Torri Gemelle di New York, poi a Madrid l’11 marzo 2004, a Londra il 7 luglio 2005, quando ancora si faceva chiamare “Al Qaeda”, per ripresentarsi sotto il nome di “Isis” il 7 gennaio di quest’anno a Parigi con l’attentato alla redazione del giornale satirico “Charlie Hebdo” e dare la sua massima dimostrazione di violenza e morte, sempre nella capitale francese,  lo scorso 13 novembre. In mezzo i nostri goffi tentativi di esportare la democrazia in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, i “danni collaterali” da essi provocati e da noi sistematicamente ignorati e le costanti filastrocche retorico – patriottiche dei leader occidentali.

François Hollande come l’ex presidente americano George W. Bush hanno pensato in molti dopo la dichiarazione di guerra di alcuni giorni fa del presidente francese all’Isis. Il paragone non è proprio azzardato. “Noi sradicheremo il terrorismo perché la nostra libertà è stata brutalmente attaccata” ha detto Hollande subito dopo i recenti attentati.  Parole molto simili a quelle pronunciate quindici anni fa da George W. Bush dopo gli atti terroristici del World Trade Center:  “non mi tirerò mai indietro in questa battaglia per la libertà e la sicurezza del popolo americano”. Evidentemente per l’Occidente lo scontro è ancora tra il Bene (“noi”) e il Male (loro). Questa teoria, buona fino a qualche anno fa solo per gli americani, ora sembra esserlo anche per l’Europa e Hollande.  Non ci sono spazi e tempi ( e probabilmente neanche la volontà) per capire le radici di quel Male. Occorre solo combatterlo, magari facendo leva su qualche soggetto che rischia di diventare tra qualche anno un Male ancora più grande di quello che si vuole eliminare.

Se vogliamo veramente distruggere l’Isis occorre fare mea culpa e riconoscere gli errori e gli orrori che abbiamo compiuto negli ultimi anni in Medio – Oriente. La sola eliminazione fisica di Saddam Hussein e Gheddafi – dobbiamo dirlo – ha portato caos, guerre civili, sangue in Libia e in Iraq e armato alcune fazioni di ribelli che sono poi andate a ingrassare le file dell’Isis. Stessa cosa sta accadendo in Siria, dove l’irrefrenabile desiderio dell’occidente (e quindi anche della Francia) di dare il benservito ad Assad ha armato quei musulmani sunniti radicali che hanno poi dato vita al califfato islamico sotto la guida politica e spirituale di Abu Bakr Al – Baghdadi, protagonista alcuni anni fa di una misteriosa e grottesca fuga dal carcere di massima sicurezza di Guantanamo.

Per sconfiggere l’Isis dobbiamo smettere di pensare che le condizioni che favoriscono il terrorismo siano strettamente legate all’oppressione politico-sociale esercitata da quei leader coi quali abbiamo per anni fatto vantaggiosi affari, ma dobbiamo coraggiosamente iniziare ad ammettere che il terrorismo, camuffato da odio religioso, sia un prodotto di fattori economici, diretta conseguenza della permanente impossibilità di alcuni popoli di poter autodeterminarsi e scegliere il proprio assetto politico-istituzionale e il proprio modello di sviluppo economico.

Ecco perché le carneficine avvenute al teatro Bataclan, ai ristoranti Le Carillon e Le Petit Cambodge e a Saint Denis devono essere considerate come l’ennesimo drammatico segnale che la Storia ci ha dato per cambiare il corso degli eventi. E da un leader europeo che dice di voler difendere la libertà del suo popolo  mi sarei aspettato  molto di più di una scontata rappresaglia militare.