Noi della “civiltà superiore”, l’Occidente ricco e senz’anima, siamo debosciati e devitalizzati. Ma non tutti. C’è chi non lo è con la testa: sono coloro che quanto meno salvano la dignità grazie all’onestà intellettuale e al coraggio morale (e immodestamente in questa minoranza ci mettiamo anche noi: il giornale online che state leggendo, d’altronde, ne è un esempio). E poi c’è, ancora più minoritario, perla rara, chi mette a repentaglio la propria stessa vita, combattendo non soltanto con le parole ma di peso, cioè imbracciando un’arma e cadendo in battaglia. Sono quei pochi che hanno il fegato di partire volontari in nome di un’Idea. Oggi vogliamo ricordarne uno che rappresenta tutti quei valorosi che, per i propri ideali giusti o non giusti che siano, meritano di essere onorati.

Il suo nome era Haukur Hilmarsson. Di lui si sono perse le tracce ad Afrin, dove ha trovato la morte sotto un bombardamento turco. Era un giovane uomo islandese di 31 anni, che in patria era diventato un simbolo di tutte le lotte dell’ultimo decennio. Era un anarchico dei movimenti Saving Iceland e No Borders. Internazionalista, si sarebbe detto una volta. Coltivatore del sogno impossibile (fisiologicamente impossibile, ma questa non è la sede) di un mondo senza confini e senza guerre, dove il Potere lasci il passo, per dirla col buon vecchio Proudhon, ad un ordine spontaneo e consensuale. Nel 2007 viene arrestato assieme alla madre, la scrittrice e attivista Eva Hauksdóttir, per aver barricato la strada che conduceva al sito in costruzione di una centrale. Nel 2008 è in prima fila nell’ondata di rivolte contro le banche che cinsero d’assedio il Palazzo, generando una catena d’eventi che portò, caso pressoché unico, a sbattere in galera i banksters. Nel 2009 compie l’atto che gli valse la simpatia di tutti i ribelli del globo: riuscì a far sventolare la bandiera di un centro commerciale sul parlamento, a simboleggiarne il vero volto, fatto di quattrini e merci da banco, dietro la rispettabile maschera della “democrazia”. Fatalità, due settimane dopo viene nuovamente messo agli arresti per una multa presa quattro anni prima. Una ritorsione talmente scoperta da suscitare l’ira popolare. A salvarlo dalle sbarre un anonimo, che gli paga la cauzione e la libertà.

Nel 2017 la decisione di impegnarsi in prima persona contro il fanatismo islamista: vola in Siria, arruolandosi nella brigata internazionale Revolutionary Union for Internationalist Solidarity (RUIS), al fianco dei curdi. Partecipa alla liberazione di Raqqa, una delle capitali dell’Isis. Il mese scorso, la notizia: il 24 febbraio sarebbe morto sotto le bombe dell’aviazione della Turchia, che sta approfittando del conflitto per sterminare lo storico nemico curdo. Il governo islandese giura di aver iniziato a indagare sulla sua fine non appena i social network turchi ne hanno scritto, ma le richieste ufficiali presso Ankara sono state rese note solo dopo che la madre e i compagni di Haukur hanno pubblicamente protestato per sapere quale sia davvero stato il suo destino, se ucciso o fatto prigioniero dai soldati di Erdogan. Il ministro della difesa turco Nurettin Canikli, dopo un incontro fra la primo ministro d’Islanda Katrín Jakobsdóttir e la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha dichiarato che il corpo non è in mano loro e risulta irrintracciabile. A tutt’oggi, di ciò che sia stato del combattente islandese non c’è alcuna certezza.

“Ciao Erdogan testa di cazzo, ti odio”. Così ha scritto l’11 aprile sul suo sito la madre Eva. Lo odia, dice, non per ciò che ha fatto al figlio, ma per il genocidio dei curdi e per la sua crudeltà. Ma anche fosse l’amore materno la molla dell’odio, come è, sarebbe un motivo sacrosanto. Noi ammiriamo Haukur per la convinzione portata fino all’estremo: quel che scriveva sulla voce web della sinistra radicale islandese, lo ha messo in pratica («Questa è la nostra ideologia in poche parole. Semplice e solida. Scolpita nella realtà e dipinta nel sangue in tutto il mondo. Ma la domanda rimane: quali meraviglie dobbiamo produrre per diffonderla? E chi dobbiamo incenerire per far passare il messaggio?»). Un pacifista che scelse di andare a sparare, e sparando si sa che ci si può rimettere la pelle, senza vittimismi e piagnucolerie. Più dell’anarchismo o dell’autodeterminazione curda, ci pare che la lezione di Haukur sia questa: ogni scopo che va al di là dell’individuo è in fondo un mezzo per lottare. Persino la pace si persegue con la guerra. E lui l’ha fatta davvero, non solo con la penna. Riposa in guerra, Haukur, assieme a tutti gli altri generosi guerrieri sacrificatisi per una Causa. Meglio averne una, anche se è pura utopia, anche dovesse essere stupida come quando si è ragazzi, piuttosto che crepare da brave persone adulte, loro sì imbecilli integrali e senza traccia di nobiltà nelle vene.