di Vincenzo Cerulli 

A Roma si è dialogato sulla Siria e sulle conseguenze di una guerra, con i suoi 300mila morti, che sta entrando nel suo quinto anno. Nella splendida cornice del Santuario di San Salvatore in Lauro ha aperto il convegno Lorenzo Borré,  presidente del Circolo Proudhon Roma (circolo dei lettori del quotidiano L’Intellettuale Dissidente). Va evidenziato che ad arricchire il pubblico c’era l’arcivescovo di Gerusalemme in esilio Hilarion Capucci che sedeva in prima fila. L’incontro è stato moderato da Alessio Caschera, caporedattore esteri de “L’Intellettuale Dissidente”. Borré ha introdotto brevemente gli ospiti che hanno vissuto sulla loro pelle la guerra siriana: ad aprire le danze è stato Sebastiano Caputo (direttore de “L’intellettuale Dissidente” e collaboratore presso “Il Giornale), autore del libro “Alle porte di Damasco” (Circolo Proudhon Edizioni). Caputo con la propria esperienza personale ha evidenziato che è proprio in Siria che si sono addestrati i terroristi di Istanbul e Parigi, ed è in Siria che le comunità cristiane hanno mosso i primi passi: è in particolare per queste ragioni che la vicenda siriana ci riguarda da vicino. Viene proiettato il video in cui Napolitano, nel 2010 in visita ufficiale a Damasco, elogia la bellezza e l’armonia sociale del Paese governato da Bashar al Assad, che siede al suo fianco. 

Soltanto un anno dopo però è cambiato tutto:  Assad sembra essere solo il solito alleato a tempo determinato. Esattamente come Saddam e Gheddafi. C’è stata una sorta di schizofrenia nei media occidentali, da un momento all’altro Assad è diventato il dittatore sanguinario da abbattere ad ogni costo. Le manifestazioni, a partire da Daara, inizialmente pacifiche e comprensibili (come se ne vedono tante anche qui in Italia) si trasformano presto in una vera e propria guerra civile (organizzata sottotraccia da decenni). Le manifestazioni di protesta si riempiono di fondamentalisti infiltrati che seminano il panico e causano la dura repressione del governo alawita. La narrazione occidentale ci ha raccontato per anni la favola ossimorica dei “ribelli moderati” ma ci stiamo rendendo conto un po’ alla volta che di “moderato” in Al Nusra c’è ben poco. Tutti si aspettavano che Assad cadesse in poco tempo; ma così non è stato ed ora nessuno riesce più con leggerezza a parlare del “dopo Assad”. Prima degli attentati di Parigi lui era il nemico primario, ora è passato in secondo piano, perché a dominare la scena c’è Daesh. In particolare dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre.

Dopodiché ha preso la parola Alberto Negri (corrispondente esteri de “Il Sole 24 Ore”). Ripercorrendo brevemente alcune tappe fondamentali della storia degli alawiti ha poi portato l’attenzione sulla geografia. La Siria è un Paese cerniera, crocevia fra l’Oriente più estremo e l’Occidente che si affaccia sul Mediterraneo: proprio per questo cristiani e musulmani hanno sempre convissuto pacificamente, entrambi sono indispensabili per mantenere in equilibrio il mosaico siriano. Negri è passato poi ad evidenziare gli errori di Assad, fra tutti quello di essersi affidato ad Erdogan, un forte vicino di casa che gli avrebbe dato stabilità. Il leader turco sfrutta l’occasione per i suoi interessi e il ruolo da “padrino” che svolge in quel periodo attira importanti attenzioni a livello internazionale: promisero persino ad Assad l’equivalente della ricchezza che il suo Paese produceva in tre anni se avesse rotto i rapporti con Teheran, e nel frattempo spiega al pubblico come gli ambasciatori americani e francesi venivano accolti in festa dai ribelli ad Hama. Inizia il disordine, le grandi migrazioni, Erdogan apre l’autostrada del terrore ed in poco tempo la Siria diventa il porto d’approdo di tutto il terrorismo fondamentalista internazionale. 

In Siria la morte non fa distinzioni fra musulmani e cristiani, a raccontarlo è Gian Micalessin (giornalista, cronista di guerra per “Il Giornale”) che ci porta virtualmente sul campo: attraverso la proiezione dei suoi reportage il pubblico romano si ricorda che in Siria stanno morendo e soffrendo anche fratelli più stretti, i cristiani. Il video della riconquista di Maaloula da parte delle truppe governative ha mostrato un piccolo gruppo di suore, novizie e bambini tenuti in trappola da giorni in un monastero in cui arriva anche Micalessin con giubbotto anti-proiettili, telecamera ed elmetto. Questo piccolo villaggio cristiano, sulla cui collina svetta la statua della Vergine, in cui si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, è stato completamente rimosso dalla narrazione occidentale, nemmeno il Vaticano alza la voce in difesa della comunità cristiana che in Siria conta ben 3 milioni di fedeli. Varie autorità religiose mostrate nei video raccontano che Assad è l’unico argine rimasto a separarli dal caos, dicono che l’Europa è diventata solo finanza ed economia e che ha dimenticato le proprie radici cristiane. Micalessin poi ha concluso il suo intervento con la tragica storia di Midan, quartiere armeno-cristiano della città di Aleppo, queste le parole di Harud, un suo abitante: “Qui ad Aleppo la storia si ripete. Cento anni dopo il genocidio i Turchi cercano di nuovo di buttar fuori noi armeni e i cristiani. Dietro l’Isis, dietro tutti questi attacchi ci sono sempre loro. Esattamente come cento anni fa”. Alla fine del convegno siamo sicuri di una cosa: la linea è stata tracciata e adesso sta a noi scegliere da che parte stare. Non ci sono buoni e cattivi in questa guerra, ogni fazione lotta per i propri interessi, che siano il denaro, la salvezza del proprio popolo, o il caos mondiale. Il nostro compito è smascherare gli interessi di chi ci vuole raccontare questa guerra come non è nella realtà dei fatti.

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