“La follia di domani non sta a Mosca, bensì a Manhattan” (G.K. Chesterton, G.K.’s Weekly, 1926)

C’è una finanza redditizia e socialmente impegnata, che vuole distogliere l’attenzione pubblica dalle sue profonde contraddizioni investendo in una causa chiassosa, emozionalmente condivisa dalla piazza mediatica dei social network. È la finanza di Facebook e Twitter, che hanno risposto all’elevazione del matrimonio gay a diritto costituzionale in terra americana con un tripudio arcobaleno tanto multicolore quanto monotono. Con finanza non intendiamo il regno di Wall Street tout court, ma tutti quegli attori economici cui il potere commerciale e finanziario consente di dirigere i mercati, orientare le tendenze e, lato sensu, dettare legge. Banche, fondi, multinazionali del mercato di massa, società di servizi e del mondo high-tech: tutti progressisti, dubbiamente illuminati, plausibilmente interessati. Le cifre spese dai suddetti attori in attività di propagana omosessualista giustificano i sospetti. Si parla di 130 miliardi di dollari spesi a tale fine, nell’ultimo decennio, dalle fondazioni pseudofilantropiche dei grandi businessmen. È inutile girarci attorno, e quasi spossante è continuare a ripeterlo: i gay, macchietta commerciale della ben distinta omosessualità, agli occhi del big business sono, prima di tutto, un mercato succulento, uno di quelli in cui vale la pena investire. Infatti, numerosissime sono le società che offrono servizi di consulenza sul “denaro rosa”, epiteto che designa il potere d’acquisto della comunità gay. Basta fare una ricerca tramite la gay friendlissima Google (sponsor ufficiale del Milano Pride 2015) per farsi un’idea in merito. D’altronde, il giro d’affari annuale del mercato arcobaleno è stimato essere superiore agli 800 miliardi di dollari, a partire dal settore del turismo.

Non a caso, le prime a puntare sul pink money sono state le compagnie di volo, vedasi American Airlines e la sua strategia Rainbow dedicata alla pianificazione di viaggi indirizzati esclusivamente alla comunità LGBT. I vantaggi economici ci sono tutti, vuoi perché i gay hanno un reddito disponibile superiore alla media, e dunque conviene fidelizzarseli, vuoi perché finanziare le campagne per la moltiplicazione dei diritti è una forma di “responsabilità sociale di impresa” relativamente facile ad attuarsi e ad alto impatto mediatico. Alcuni, in cui il buon senso prevale ancora sulle logiche di mercato, tentano la via della dissidenza, a costo di rimetterci la clientela o addirittura il posto di lavoro (come nel caso del CEO di Mozilla Firefox, costretto a dimettersi per la sua opposizione al matrimonio homosex). Ma la sindrome Barilla dilaga, e non v’è corporation o grande finanziere alla George Soros che non si affretti a cavalcare l’onda arcobaleno. Per la lunghissima lista delle corporations omosessualiste rimandiamo il lettore al sito della Human Rights Campaign, la maggiore associazione lobbistica LGBT d’America che utilizza il parametro della gay friendliness per separare i buoni dai cattivi, pubblicizzando i primi e censurando i secondi. Un manicheismo 2.0 che svela l’illiberalità dell’avanguardia liberale e la sottile ma lapalissiana congiuntura tra liberalismo economico e morale, entrambi orientati da e verso un individualismo narcisistico assoluto. Hai voglia, strenuo conservatore dei costumi, a difendere contemporaneamente la cosiddetta famiglia tradizionale e l’ordine economico vigente, che dell’individualismo narcististico assoluto si nutre e si ingrassa. Hai voglia ad opporti alla marea individualistica e totalitaristica dei diritti pour tous senza realizzare che sono la tua banca, il tuo fast food, la tua macchina, la tua compagnia aerea, il tuo motore di ricerca, quello tramite cui probabilmente sei arrivato a leggere il presente articolo, a far montare quella stessa stessa marea. L’inghippo del lassismo liberale era stato già colto da T.S. Eliot nel 1939 quando, con una chiarezza di pensiero sorprendente, profetizzava l’avvento di una democrazia totalitaria, specchio di un ordine fondato sulle oligarchie finanziarie.

“Che il Liberalismo possa tendere a qualcosa molto diverso da se stesso è una possibilità intrinseca alla sua stessa natura. Perché è qualcosa che tende a rilasciare energia piuttosto che ad accumularla, a rilassare piuttosto che a fortificare. È un movimento definito non tanto dal punto di arrivo, quanto dal suo punto di partenza. Si allontana da qualcosa di definito, piuttosto che avvicinarvisi. […] Distruggendo i costumi sociali della tradizione popolare, dissolvendo la naturale coscienza collettiva in unità individuali, legittimando le opinioni più folli, sostituendo l’istruzione all’educazione, […] foraggiando una nozione di progresso la cui alternativa è un’ apatia senza speranza, il Liberalismo prepara la via per la sua stessa negazione: l’artificiale, meccanico e brutale controllo quale unico rimedio disperato al caos che esso stesso genera” (The Idea of a Christian Society, 1939).