È sempre spiazzante dialogare con Paolo Ercolani. Dico spiazzante, perché sembra sempre – non si sa se per scelta deliberata – che nel discutere le tue posizioni stia parlando perennemente di altro e di altri: come se creasse la famosa “testa di Turco”, una specie di “avatar” confezionato su misura per poi distruggerlo e dire, tutto tronfio d’orgoglio, “ti ho confutato! Ho vinto io”. Anche questa volta, debbo ammetterlo, ho avuto quest’impressione, leggendo il suo ennesimo pezzo contro di me, “Il “sesso matto” di Diego Fusaro. Filosofia, famiglia e capitalismo” su Il Manifesto.

Ercolani mi ha eletto da tempo a soggetto preferito dei suoi articoli, e lo ringrazio dell’attenzione: è, credo, una prova che confuta la sua tesi di fondo, secondo cui quanto sostengo sono immancabilmente sciocchezze. Se tali le ritenesse davvero, suppongo, non vi dedicherebbe tanta parte della sua esistenza nel tentativo di confutarle con foga e ardore “speculativo”. Fatti i ringraziamenti del caso, vengo subito al punto. L’articolo è un magnifico esempio di pamphlettistica, ancorché, sciaguratamente, non affronti nemmeno una delle tesi che ho sostenuto qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/21/di-family-day-e-distruzione-della-famiglia/1799898/ . Il mio articolo, per chi vorrà leggerlo, semplicemente dimostrava come a) il capitale miri nella sua dialettica di sviluppo a dissolvere ogni comunità solidale, b) per ciò stesso aspiri a dissolvere la famiglia come comunità, e c) come le battaglie gay, gender, ecc., non abbiano oggi come fine il conseguimento di diritti (e io sarei favorevolissimo a tali diritti, per inciso). Né più, né meno. Purtroppo, Ercolani non discute questo, ma mi attribuisce, in compenso, posizioni oscurantiste che mai mi sono sognato di sostenere (negazione dei diritti, volontà di perseguitare chiunque non abbia rapporti eterosessuali, e altre idiozie di questo stesso tenore).

Non mi è dunque chiaro donde Ercolani abbia inferito che il mio messaggio mira a “condannare filosoficamente il diritto alla libertà sessuale di quelle persone che non si riconoscono nella “normale” pratica eterosessuale”. Non l’ho mai detto, né pensato. Non ho nulla contro i gusti sessuali di individui maggiorenni consenzienti, quale che sia il loro orientamento. Capisco che sia più facile liquidare il discorso in questo modo, caro Ercolani, e non affrontare le tesi, ma non è degno di un filosofo quale, mi pare di capire, ci tieni a essere, vista la foga con cui ti distanzi da talkshow e televisione (debbo dire, per inciso, che ho appreso in questi anni che la maggior parte di quanti denigrano i talkshow e la tv lo fanno fintantoché non vengono invitati anch’essi: a quel punto trovano l’uva meno acerba).

Dirò di più: sono del tutto favorevole all’estensione dei diritti dei gay. In generale, ben vengano i diritti. Non sono però favorevole – questo il punto, se Ercolani vorrà sforzarsi di intenderlo – al fatto che si usi la lotta per i diritti gay come alibi per non lottare più per i salari e per i diritti sociali. Personalmente, credo che non si risolva la situazione dando i diritti ai gay, se poi essi non hanno un posto di lavoro, ad esempio: l’ideale sarebbero diritti gay e lavoro, mi rendo conto; oggi si usano i primi per togliere il secondo. Di più, si usano i primi per spostare l’attenzione dal fatto che ci stanno togliendo il secondo, e con esso diritti sociali come la sanità e l’istruzione. Sarò retrò, ma ritengo prioritaria la lotta per il salario e il posto fisso, per l’istruzione e la sanità.

In altri termini, la dialettica tra diritti sociali e diritti civili dovrebbe essere di mutua integrazione; e invece si difendono i diritti civili per azzerare quelli sociali o meglio per nascondere la sparizione dei secondi. Ti portano via la casa e lo fanno distraendoti col darti una bicicletta. La sinistra ormai campa di questo da tempo. Da Marx è passata a Roberto Saviano; da Gramsci a Serena Dandini. Nulla di male, forse. Ma rivendico il mio diritto a stare con Marx e Gramsci. Il capitale mira esso stesso esattamente a questo: toglie i diritti sociali, ti rende disoccupato, e poi però ti dà il contentino/distrattore dei diritti civili individuali. Astrattamente potrai tutto (eutanasia, adozioni gay, ecc), concretamente non potrai nulla, se non hai un lavoro stabile. Caro Ercolani, mi permetto di suggerire la ri-lettura della “Questione Ebraica” di Marx, in cui il tema del politico e del sociale è così chiaramente enucleato. Capito quello, si è capito il punto della questione come l’ho fissato.

Mi permetto, poi, di tornare sulla vexata quaestio di Hegel. Scrive Ercolani con tono professorale: “Certo, Hegel parlava della «famiglia» come primo momento dell’«eticità» (cioè della vita pubblica). Ma anche uno studente di filosofia al primo anno sa che i «primi momenti» in Hegel sono i meno rilevanti, quelli destinati a essere superati da momenti più alti e completi”. Ben detto! Se non che in Hegel “superati” non vuol dire annullati e rimossi, ma superati-conservati (aufgehoben). La famiglia non sparisce, come vorrebbe Ercolani nella sua lettura acrobatica, ma trapassa in forme più alte: che poi sono la società civile intesa non come mercato libero (ciò che Hegel chiama “sistema dei bisogni”, e che apertamente vuole disciplinato dalle “potenze etiche”), e lo Stato. Nello Stato non sparisce la società civile (Hegel non è Mussolini), né sparisce la famiglia (Hegel non è Stalin). Non è difficile da capire, se solo si legga Hegel. Fare di Hegel un teorico della fine della famiglia mi pare eccessivo! Con la stessa logica, Ercolani dovrebbe ammettere che, in quanto “momento meno rilevante”, anche la società civile dovrebbe sparire: resterebbe solo lo Stato ed Ercolani si troverebbe, improvvisamente, dalla parte di Mussolini (era esattamente questa, per inciso, una delle critiche che Gramsci muoveva alla filosofia politica di Gentile).

Scrive Ercolani: “è lo stesso Marx che considerava la «famiglia» come un elemento fondativo di quello stesso sistema capitalistico”. Verissimo! E Engels ancora in misura maggiore, a dire il vero. Personalmente non intrattengo un rapporto agiografico e fideistico con il testo di Marx: quando dice cose che ritengo errate, come ad es. quando sostiene che i massacri colonialistici in India ad opera degli inglesi sono positivi (sic!) perché estendono il capitale e in ciò preparano le condizione del comunismo globale, mi permetto, nel mio piccolo di dissentire e di parteggiare idealmente per chi, all’epoca, in India si opponeva al colonialismo (per queste stesse ragioni sto oggi con chi si oppone alle invasioni imperialistiche americane).

Così, nel mio piccolo, dissento da Marx su questi temi, che qui enucleo e dei quali ho discusso analiticamente in “Minima mercatalia” (IV, 6: rassicuro Ercolani, non è autopromozione di libri, ma semplice rimando bibliografico): fine dello Stato, fine della famiglia, fine della filosofia, fine della religione. Sono, per me, punti inaccettabili del discorso marxiano; punti che scaturiscono dalla mancata comprensione di Marx – e il discorso sarebbe lungo – della differenza tra elemento borghese ed elemento capitalistico. Mozart e Goethe sono borghesi ma non capitalistici; Marx è borghese e anticapitalistico; Silvio Berlusconi è capitalista antiborghese, ecc.

Stato, famiglia, religione e filosofia non debbono essere abbandonati, ma semmai conservati: in ciò, nel mio piccolo, sto con Hegel e non con Marx. E se Ercolani vorrà dire che sono “omofobo”, “fascista”, “reazionario” e mille altre cose utili giusto per liquidare senza discutere, per insultare senza argomentare, faccia pure: preferisco comunque seguire Hegel che Ercolani, spero mi sia consentito. De Maistre e Bonald non c’entrano ovviamente nulla, con buona pace di Ercolani, giacché chi scrive è, con Hegel (e contro i due summenzionati), convinto che la Rivoluzione francese e l’Illuminismo non siano il “male”, ma siano semmai indispensabili e insufficienti; indispensabili, perché hanno spazzato via il vecchio; insufficienti, perché non hanno creato il nuovo, ciò che Hegel si propone di fare con il suo pensiero.

Scrive Ercolani: “[Fusaro] intende aggrapparsi ai grandi classici del pensiero (per giunta quelli sbagliati), con lo scopo di appoggiare posizioni che vogliono limitare la libertà sessuale e il riconoscimento di diritti nei confronti di individui che non si conformano alla morale dominante”. Ripeto ad nauseam: non ho mai detto che bisogna limitare i diritti di nessuno. Dico che il matrimonio è storicamente un’istituzione che prevede la presenza di un uomo e una donna. Sto offendendo qualcuno? Sto limitando i diritti di qualcuno? Se si vogliono estendere i diritti dei gay, si faccia pure: sono il primo a dire “ben vengano!”. Ma non lo si chiami matrimonio, si cerchino altre forme giuridiche. È curioso come si tenda oggi a criticare la famiglia e il matrimonio come istituti borghesi e arcaici e, insieme, si vogliano estendere i confini del matrimonio!

“Omosessualità e varietà dei gusti sessuali sono fenomeni anti­chi quanto il mondo, spesso attuati proprio da coloro che si ergono a pala­dini di una morale «giusta», «naturale» e «tradizionale»”: qui Ercolani scopre l’acqua calda. Non potendo o non volendo confutare la mia tesi, deve attribuirmene altre inventate di sana pianta e che peraltro non solo non condivido, ma anzi rigetto apertamente. Ma la problematica che sollevavo resta tutta, e spiace vedere come Ercolani, nel suo prolisso e ridondante articolo, non la sfiori neppure. Mi trovo costretto a riproporla, tale e quale. Chissà che la prossima volta Ercolani non la affronti, anziché attaccare un personaggio che si è inventato per “vincere facile”:

Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet, e con lui anche Hegel – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. A proposito di capitale, rapporti di forza, Marx e ideologie, Ercolani dovrebbe poi rendere ragione del fatto che i principali sostenitori del ‘gender’ e della distruzione della famiglia – come argomentato da Enrica Perucchietti, dati alla mano, in ‘Unisex’ – siano i magnati della finanza e i poteri forti, i signori del capitale e delle banche, non certo i proletari di tutto il mondo.