Orina sparsa fuori dai vasi, tracce di feci ovunque, distruzione degli arredi: non è l’oggetto di una nota scolastica a una classe di liceali in gita, ma quanto gli inservienti di un albergo di Locarno hanno visto nelle stanze assegnate al gruppo musicale italiano de “Il Volo”, il trio canoro composto da Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble. Un raptus di violenza e devastazione inconcepibile: i vincitori della passata edizione di Sanremo hanno voluto evidenziare il disagio nei confronti delle camere, incompatibili con l’allergia alla moquette di uno di loro, organizzando una sabba organolettico coronato dall’uso massiccio ed estensivo di deiezioni umane.

Da “Un amore così grande” a Merda d’artista 2.0?

Il buon Manzoni (Piero) può riposare in pace, e ci scuserà se l’abbiamo irriverentemente chiamato in causa, tanto di arte qui non v’è traccia. Innanzi a tre mestieranti, dotati di buone doti canore, non possiamo scomodare paragoni con i mitologici dei del rock novecentesco, avvezzi alla distruzione sistematica di tutto, dalle chitarre alle proprie esistenze. Né tantomeno i tre ventenni possono condividere lo spleen urbano dei gruppi punk inglesi di fine anni Settanta, o il tedium vivere di Kurt Cobain.

Tipico prodotto della degenerazione musicale contemporanea, il trio è stato costruito a tavolino, forte del successo televisivo ottenuto in Ti lascio una canzone, conquistando mezzo mondo con le melodie storiche della musica tradizionale italiana. Degli One Direction in salsa lirica tricolore: trasformati fisicamente, ben abbigliati e sempre perfetti nella cura personale, molto social, sono degli innocui pianisti da piano bar, come cantava De Gregori.  Ottimi esecutori, non trasmettono nulla perché nulla creano: sono dei moderni grammofoni su cui suona il disco di qualcun’altro; loro offrono l’amplificazione. Se si vuole un esempio, si guardi, con meritoria capacità di sopportazione, l’ultimo Sanremo.
X Factor e la giuria di prezzolati imbonitori che ogni giovedì ammorba l’etere potrebbe prenderli a modello e fine del programma: ottimi performer, pessimi artisti. E’ la musica al tempo del web e del villaggio globale: non è un caso che i 33 giri e i vecchi vinili siano divenuti un bene prezioso, rifugio in quella che era in buona parte arte e sperimentazione. Suoneranno finché li vuoi sentire, tra un selfie con Renzi e una diretta con Antonella Clerici. Nel frattempo, musicanti alienati e adolescenti interminati, daranno luogo ad altri simpatici episodi di vandalismo, tanto so’ ragazzi: il dovere di crescere, la volontà di diventare homo faber, non li disturberà.