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Considerazioni sulla strage di Charlie Hebdo

Ci vuole più Europa, ci vogliono più bombardamenti umanitari, ci vuole più sicurezza e meno libertà, ci vuole meno religione della trascendenza e più religione atea del mercato, ci vuole più libertà di espressione (se si dice ciò che è permesso e coerente con il pensiero unico) e ci vuole meno libertà di espressione (se si dice ciò che va contro il pensiero unico, tipo Dieudonné): ecco alcune delle conseguenze di Charlie Hebdo. Insomma, si è trattato di un terribile attentato che, tuttavia, in fondo finisce, guarda caso, per rafforzare il potere e il processo di integrazione coatta nell’ordine neoliberale. Non bisogna, certo, cedere al complottismo – almeno se si vuole essere allievi, per quanto eterodossi, di Marx - , ma la domanda da porsi, in tutta franchezza, è una sola: cui prodest? A chi ha giovato questo atto terroristico?
di - 15 gennaio 2015

Premetto che fino a qualche giorno fa non conoscevo neppure nominalmente il comico Dieudonné, prima che venisse arrestato per apologia di terrorismo. Premetto anche che, ascoltandolo, non lo trovo neppure poi divertente, e nemmeno condivido larga parte delle cose che dice, con un’ironia che anzi trovo piuttosto volgare e crassa.

Ma non è questo il punto. Il punto sta invece altrove. La vicenda del comico Dieudonné, arrestato per apologia di terrorismo, la dice lunga sull’ipocrisia dell’ordine neoliberale e sulla sua libertà di espressione a corrente alternata. La libertà di espressione è difesa fintantoché esprime liberamente ciò che il nuovo ordine mondiale vuole che sia espresso: volgare presa in giro delle religioni, delegittimazione degli Stati sovrani, identificazione senza riserve tra Islam e terrorismo, ecc. Non appena si devia dal percorso preordinato, si è puniti con l’accusa di terrorismo, la nuova arma con cui si metteranno a tacere le voci fuori dal coro. L’apologia di terrorismo costituirà, da qui in avanti, la nuova frontiera del politicamente corretto e della sua criminale strategia di diffamazione, persecuzione e silenziamento di ogni prospettiva non allineata.

La tragicomica vicenda di Dieudonné è, allora, davvero istruttiva: ci insegna che nell’occidente capitalistico è possibile dileggiare liberamente Dio e/o Allah, ma non si possono toccare altre divinità, pena l’arresto. Il terrorismo si dice in molti modi, a quanto pare. E talvolta la caccia al terrorismo diventa essa stessa terrorismo. Se le parole conservano ancora un senso (ed è discutibile, in effetti, nel tempo dell’orwelliana “neolingua” gestita univocamente dai dominanti al solo scopo di rendere finanche impronunciabile la contraddizione), non mi è chiaro perché non siano qualificate come operazioni terroristiche le invasioni imperialistiche della Libia e dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Serbia; o, ancora, le riforme del lavoro che rendono precaria la vita delle nuove generazioni, causando morti invisibili sul lavoro. Si sa: i dominanti gestiscono univocamente le grammatiche, inducendo gli oppressi stessi ad amare gli oppressori ed accanirsi, come nella caverna platonica, contro gli eventuali liberatori.

Mi domando, tuttavia, dove siano finiti coloro che scendevano in piazza, pochi giorni prima, con la matitina alla mano a manifestare in nome della libertà d’espressione: forse che tale libertà d’espressione vale solo per alcuni? O per certe idee? Libertà d’espressione, a rigore, vuol dire libertà di pensare e dire tutto, anche – supponiamo – le cose più sbagliate e più false: le quali debbono essere confutate sul piano delle idee, e non certo dell’uso terroristico della lotta al terrorismo. La quale lotta diventa facilmente – è chiaro come il sole – strumento di repressione di tutto ciò che si doscosta dal coro virtuoso, millimetricamente calibrato, del pensiero unico politicamente corretto. Il caso di Dieudonné ne è la prova lampante.

Non è forse il francese Voltaire ad aver insegnato che anche se non si condivide una tesi, occorre lottare fino alla morte per il diritto di poterla liberamente sostenere? Strano paese, dunque, la Francia, che scende in piazza per la libertà d’espressione e il giorno dopo punisce chi esprime un’opinione non allineata, peraltro nel silenzio generale. Premesso che non condivido le opinioni spesso volgari di Dieudonné, come peraltro non condivido la linea altrettanto volgare e di cattivo gusto della rivista Charlie Hebdo (espressione dello spirito animale del capitalismo postborghese), riconosco al primo come alla seconda la libertà di espressione: né mi è chiaro perché si debba riconoscerla alla seconda e non al primo. Condannare Dieudonné crea un precedente: con l’accusa di apologia del terrorismo si potrebbero silenziare non solo tutte le voci critiche rispetto all’ordine neoliberale, ma addirittura le voci del passato (perché, in fondo, non proibire la lettura di Lenin, Marx e Machiavelli come terroristi in pectore?).

Occorre esserne consapevoli. La vicenda dell’attentato di Charlie Hebdo apre un nuovo ciclo. Un ciclo di restrizioni della libertà, e non solo di quella d’espressione: restrizione giustificata in nome del sacro dogma della sicurezza. Questo dogma permette di imporre norme che, in situazioni normali, i cittadini mai accetterebbero e, di più, facilmente identificherebbeo nella loro autentica natura autoritaria e antidemocratica. È questo il punto decisivo.Il potere usa schemi prestabiliti: tramite l’urgenza e lo stato d’eccezione“, si fa accettare ai cittadini ciò che essi, in situazioni normali, mai accetterebbero.

Ci vuole più Europa, ci vogliono più bombardamenti umanitari, ci vuole più sicurezza e meno libertà, ci vuole meno religione della trascendenza e più religione atea del mercato, ci vuole più libertà di espressione (se si dice ciò che è permesso e coerente con il pensiero unico) e ci vuole meno libertà di espressione (se si dice ciò che va contro il pensiero unico, tipo Dieudonné): ecco alcune delle conseguenze di Charlie Hebdo. Insomma, si è trattato di un terribile attentato che, tuttavia, in fondo finisce, guarda caso, per rafforzare il potere e il processo di integrazione coatta nell’ordine neoliberale. Non bisogna, certo, cedere al complottismo – almeno se si vuole essere allievi, per quanto eterodossi, di Marx – , ma la domanda da porsi, in tutta franchezza, è una sola: cui prodest? A chi ha giovato questo atto terroristico?  Non alle vittime, certo. E neppure all’Islam, oggetto di una montante rabbia indiscriminata da parte dei soliti utili idioti del capitale. Ognuno tragga le conseguenze che vuole. Sul fatto che a trarre giovamento dall’attentato sia stato il potere, e solo quello, credo sia arduo dubitare.

Dall’attentato di Charlie Hebdo nel futuro più prossimo credo che seguiranno more geometrico tre punti, oltre al già citato restringimento delle libertà (di cui l’affaire Dieudonné è un prezioso indizio): a) rinsaldamento dell’ideologia europea, sull’onda lunga del „ci vuole più Europa“ come via di superamento dei drammi terroristici; b) nuovi bombardamenti umanitari (dopo Iraq, Libia, ecc.) sempre in nome della terroristica ideologia antiterroristica; c) nuova ondata di diffamazione delle religioni ad opera dell’ateismo religioso pudicamente detto laicismo, formazione ideologica di fondamentalismo illuministico che, dietro l’apparente lotta per la laicità, difende la lotta di quel monoteismo del mercato che deve neutralizzare ogni religione che non sia quella del capitale, delle omelie neoliberali e della teologia economica.

Per quel che concerne il punto (a), sappiamo che la grande macchina della propaganda e della fabbrica dei consensi si è già attivata: è stato a dir poco osceno veder sfilare in piazza a Parigi, tra lacrime e abbracci, coloro che nei loro rispettivi Paesi stanno massacrando i popoli e i lavoratori in nome dei sacri dogmi “ce lo chiede il mercato” e “ce lo chiede l’Europa”. La strage viene già artatamente impiegata in nome dell’ideologia europeista. E lo sarà ancora di più prossimamente. Addirittura già si parla di controlli alle frontiere dei Paesi europei. Il solo aspetto positivo dell’Unione Europea era la possibilità di muoversi da Berlino a Roma, da Atene e Parigi: toglieranno anche questo? Non v’è di che stupirsi. L’Unione Europea in cui circolassero liberamente solo le merci, e non gli uomini, sarebbe l’immagine perfetta dell’odierna Europa neoliberale, l’Europa del capitale e delle banche.

Per quel che concerne il punto (b) – altrettanto telegraficamente –, sappiamo che nel quadro dell’odierna quarta guerra mondiale“ (cfr. il mio Il futuro è nostro“, cap. VI) ogni qual volta si è sventolata la bandiera della lotta al terrorismo e all’integralismo islamico ne sono seguite guerre: Iraq, Afghanistan, ecc. L’analogia storica con l’11 settembre è, in questo caso, feconda. Nell’epoca della terza guerra mondiale (“Guerra Fredda”) il nemico era identificato nel comunista; oggi, nella quarta guerra mondiale, diventa il terrorista. Si legga il surreale discorso del presidente Bush all’indomani dell’11 settembre e si capirà cosa intendo. Il terrorismo diventa il casus belli per le ipocrite politiche di aggressione imperialistica da parte dell’Occidente, sempre in nome dei diritti umani, della libertà, ecc. Presto verrà bombardato qualche nuovo Stato, con la roboante retorica dei diritti umani e della lotta al terrorismo: l’imperialismo sa sempre nascondersi e legittimarsi, già lo sappiamo.

Per quel che riguarda il punto (c), occorre essere chiari e precisi: se al tempo della terza guerra mondiale il nemico era il comunismo, ora che esso si è estinto (Berlino, 9.11.1989), il nuovo nemico diventa la religione. La religione infatti – sia islamica, sia cristiana – costituisce un impedimento per l’estensione illimitata (reale e simbolica) della forma merce: la religione insegna che il senso del mondo non si esaurisce nei perimetri della società reificata; di più, mostra come la sola divinità sia quella trascendente e non quella immanente (il monoteismo del mercato).

La religione – lo ripeto, sia cristiana sia islamica – costituisce un potente fattore di resistenza alla logica illogica della mondializzazione capitalistica, ed è per questo che essa è oggi sotto permanente scacco da parte di Monsieur Le Capital. “Ogni limite è per il capitale un ostacolo che deve essere superato”, scriveva Marx nei Grundrisse. Uccisa l’etica borghese (1968), uccisa la potenza catecontica sovietica (1989), dissolti gli Stati sovrani con primato del politico (UE), resta ora la religione come ultimo impedimento per il capitalismo absolutus, cioè pienamente realizzato e del tutto „sciolto“ da ogni limite. Per questo essa è già da tempo nel mirino del capitale e del pensiero unico planetario. In Italia, è il caso della ridicola armata Brancaleone dei laicisti che lottano contro ogni religione che non sia il mercato e contro ogni superstzione che con sia quella dell’economia.

L’analfabetismo di partitini come la Lega Nord è, sotto questo profilo, palese: il nemico è da essi identificato non con il finanz-capitalismo, bensì con l’Islam – in una ridicola identificazione dell’Islam con il terrorismo (identificazione analoga a quella di chi volesse istituire l’identità tra Cristo e l’Inquisizione). I maestri della Lega, del resto, non sono Marx e Lenin, bensì Samuel Huntington e la signora Fallaci: l’emancipazione non è pensata come lotta contro il capitale in nome dell’emancipazione umana, bensì come transito per le donne dal burqua alla minigonna occidentale; l’emancipazione è, dunque, concepita come passaggio a Occidente del mondo intero.

Che lo si sappia oppure no, l’anti-islamismo conduce more geometrico alla capitolazione nell’ultracapitalismo magnificato come “valori occidentali”, “civiltà buona“, ecc. L’anti-islamismo conduce dritti dritti all’apologia del capitale. La Lega Nord ci è dentro fino al collo e rivela così la sua vera natura di partito organico al nuovo ordine mondiale neoliberale. Quest’ultimo – lo ripeto – deve necessariamente destrutturare le religioni, lasciando unicamente il monoteismo del mercato: sarà forse un caso che l’attentato si sia rivolto contro una rivista – Charlie Hebdo – che faceva della volgare satira antireligiosa la propria bandiera? Immediatamente, complice la manipolazione organizzata, la contrapposizione cessa di essere quella tra capitale e umanità, e diventa quella tra difesa del laicismo e difesa dell’Islam inevitabilmente terroristico. L’alternativa che il potere ci vuole offrire è quella tra il terrorismo islamico e le patetiche Femen che bruciano il Corano. Di modo che tutti, in modo irriflesso, siano indotti a pensare che libertà ed emancipazione siano sempre e solo quelle delle ridicole Femen e della pornografia capitalistica del godimento individuale senza freni, il meglio che la religione del capitale possa vendere.

È questo il punto: ridicolizzazione del fenomeno religioso qua talis (assunto come intrinsecamente terroristico e autoritario), con l’obiettivo di accelerare il processo – peraltro già ampiamente in corso – di “sdivinizzazione” (Heidegger), di modo che l’individuo senza identità, senza famiglia, senza valori e anche senza religione sia integralmente plasmato dal capitale e dalla sua fantasmagorica macchina dei desideri.

Per concludere queste note sparse, sulle menzogne diffuse dal pensiero unico, sui vili poteri che giocano con le nostre vite, valgano sempre le parole di Pasolini: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi, alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: “il loro castello di ricatti, di violenze, di menzogne crollerà”.

Per approfondire con il Circolo Proudhon

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