Dispiace, ma a volte è necessario essere brutali e tagliare con l’accetta; è necessario non tanto per noi, che ancora sguazziamo nel primo mondo, ma per le persone che oggi, domani e dopodomani verranno uccise da Isis (o meglio Daesh).
Innanzitutto, converremo sul fatto generico che l’agenda politica è dettata in ultima istanza, quando dopo tutti i discorsi bisogna tirare le somme, dall’ordine di urgenza dei vari problemi.

Supponiamo che la nascita di Daesh non sia mai stata incoraggiata dagli Stati Uniti per creare scompiglio nella regione (così come non patrocinarono la nascita di Al Qaeda), ma che questi siano sinceramente dispiaciuti dello smembramento di due stati sovrani come Iraq e Siria da parte del sedicente Stato Islamico.
Supponiamo poi che sia esistito un gruppo di siriani laici e moderati che si siano opposti pacificamente, senza le armi fornite da una cordata di potenze straniere guidata dalle petromonarchie del Golfo per destabilizzare il paese, al governo di Bashar Al Assad.
Ebbene questo gruppo, a 4 anni dall’inizio della guerra, ha perso. Non ha più nessun peso tra le pedine rimaste in gioco, Assad e Daesh. Politicamente non esiste più.

Adesso quindi bisogna scegliere. Chi tutto sommato vede nei salafiti in jeep dei buoni sostituti di Assad (e degli altri presidenti della regione), si senta libero di sostenerli apertamente. Chi invece non li vede di buon occhio, gentilmente la smetta di bivaccare su posizioni intermedie, come la ridicola ipotesi di “combattere entrambi i fronti”: combattendo gli unici due fronti rimasti, o meglio facendo in modo che si scannino a vicenda, di quelle terre non resterebbe neanche la polvere. E, detto fra noi, esistono modi meno vigliacchi per avallare genocidi.