Innanzitutto, che cos’è questo libro? Non è una teoria scientifica, se con questa espressione intendiamo una costruzione rigorosa e in qualche modo dimostrabile. È piuttosto una riuscita lettura complessiva di una generazione, composta di tanti frammenti, letterari economici sociali e proverbiali (secondo alcuni il libro si può riassumere con l’adagio “stai con i piedi per terra”, e quale complimento migliore di somigliare ad un proverbio). Questo libro, fortemente impolitico da un punto di vista dell’azione, fornisce al lettore disagiato almeno una nuova cornice (non sistematica, ma abbastanza chiara ed esaustiva) di autopercezione.

Ma chi è il lettore disagiato? Una critica che spesso viene mossa al libro è la mancanza di un referente ben identificato. Se questa accusa muove da un punto di vista “quantitativo”, o meglio della quantificabilità, è fuori fuoco. Non è importante indicare l’esatta fascia di reddito entro cui si collocherebbe la disagiatezza, e non lo è perché lo status (un indicatore relativo, di relazione) gioca un ruolo fondamentale nel libro e nella nostra vita. Non importa se il lento fuorisede di Bologna che ascolta i Radiohead e non trova lavoro sia davvero figlio dell’aristocrazia calabrese, l’importante è che il sistema culturale lo abbia fatto sentire tale, speciale, promesso sposo di un futuro radioso e poi tradito. Percepirsi classe disagiata vale quanto esserlo davvero. La forza del testo, in questo caso, sta allora nell’aver dato voce non solo ad una situazione reale (ancora tutta da dimostrare con grafici e numeri) quanto ad una percezione diffusissima e mai finora organizzata in un libro.

D’altro canto, è vero che c’è una grave confusione qualitativa sul soggetto del disagio, soprattutto in termini di “indirizzo”. Nella lunga parte dedicata alla sovra-educazione, a volte sembra che Ventura stia parlando a tutti i laureati, anche quelli delle facoltà più “produttive”; altre volte che si riferisca solo ai più lambiccati dottorandi di filologia greca e latina; al limite, si potrebbe anche pensare che chiunque investa soldi ed energia in un corso, anche professionalizzante, anche da elettricista, faccia parte della stessa pentola. Questa ambiguità non è inclusivamente utile come la precedente, e si espone anzi a critiche di merito. Ad esempio, se è vero che i titoli “improduttivi” si svalutano a vista d’occhio nell’attuale mercato del lavoro, quelli più richiesti (caso ipercitato, ingegneria) offrono ancora discreti margini di ritorno sull’investimento (e quindi, nel lessico del libro, di agiatezza relativa). Un po’ più di precisione non avrebbe guastato, ma forse vale un’attenuante che riguarda tutta quest’epoca: immersi in una nascente e già profonda rivoluzione del lavoro, non abbiamo neanche una vaga idea di cosa accadrà da qui a pochi anni. Produttività, pianificazione, strategia, sono parole volatili che ci ripetiamo (com’è naturale che sia, non avendo altri strumenti per rasserenarci) nella tempesta di sabbia che ci scorre davanti agli occhi insieme al reddito universale, la disoccupazione universale, l’intelligenza artificiale e le fabbriche del Bangladesh.

L’altra vera, grande ambiguità del testo è la definizione della scala, temporale e spaziale. Non ci si può muovere su più livelli confondendoli e mischiandoli, e Ventura (sia per amor di pungolo, sia per poco rigore) si muove spesso tra la descrizione sistemica e la provocazione politica. La base economica da cui muove il libro, ridotta ai minimi termini, è che il keynesismo non può durare in eterno. Questa formula, solitamente ampliata dagli ecologisti in “non è possibile la crescita infinita in un pianeta finito”, è però una fotografia macroscopica, scientifica, super partes. I limiti della crescita esistono solo se prendiamo come volume di controllo il pianeta intero: oltre questa sfera non possiamo crescere. Ma la decrescita, ammesso che sia compossibile con l’uomo, va necessariamente orchestrata globalmente, cioè con tutti i giocatori che siedono al tavolo di Nash. Scendere al livello della politica nazionale, come Ventura fa in più casi (l’America di Trump, o genericamente l’Italia) è fuorviante, perché ogni stato gioca individualmente. E soprattutto, a questo livello, è molto facile (e in un certo senso legittimo) tacciare la decrescita di essere una maschera dell’austerità e del privilegio, continuando invece a spingere per più crescita, più educazione, più consumo, più Keynes.

Il problema è che l’ecologia diventa politica in senso stretto e contingente solo quando il rischio dell’impatto si fa imminentissimo. Ma il calcolo del rischio è sempre una questione molto complessa e raramente univoca, mediata da molti interessi ed attori, ai quali ognuno può sperare di lasciare le esternalità negative mangiandosi la parte buona della torta. Insomma, è molto velleitario rispondere a problemi locali portando argomentazioni globali. Ad ogni modo, la confusione di scala regna sovrana e indistrurbata in ogni dibattito politico, pere e mele vengono sommate e confrontate in ogni talk show, e forse, in fondo (per motivi di incompletezza che non stiamo a dimostrare), è sempre un po’ necessariamente così. Teoria della Classe Disagiata, limitatamente al suo scopo (stia lontano chi si aspetta critiche costruttive o ricette per il futuro) è un’ottima intuizione generazionale, cosparsa di citazioni e riferimenti stimolanti, scritta in una prosa velocissima (forse la vera rivoluzione di Ventura è proprio l’aver scritto un saggio che sembra un romanzo). Il dibattito dei e sui neogiovani italiani sta piano piano guadagnando palcoscenici importanti. Affiliamo le matite. ⊥