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Conseguenza naturale e inevitabile degli anniversari tondi, la retorica impera in questi giorni di fine inverno colorando di grigio-fumo il quarantennale dell’affaire Moro. Aperte le gabbie- o meglio, le libertà vigilate- ecco riapparire i soliti noti: brigatisti in età da pensione, una sfilza infinita di cosa facevo il 16 marzo  firmata dal culturame nostrano, i soliti libri-evento che non valgono una foglia degli alberi per loro immolatisi invano.

In questo contesto si potrebbe benissimo tacere, e certo si farebbe certo più rumore del caos vuoto di cui sopra. E però, tra le tante iniziative ferme, il sempre valido Claudio Messora (in arte Byoblu) ha squarciato il velo della noia offrendo una superba intervista a Gero Grassi, presidente dell’ennesima Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Lontano da ingessature istituzionali e gergo politichese, il deputato PD consegna a chi vuole ascoltare una ricostruzione- certificata dall’approvazione delle Camere- davvero potente, che giustifica pienamente le oltre due ore e mezzo di girato.

Una delle cinque puntate dell’intervista a Gero Grassi

Partiamo dall’inizio. I 55 giorni che cambiarono per sempre l’Italia sono stati raccontati in mille film e altrettanti volumi, hanno occupato per decenni le aule giudiziarie e ancora oggi sono oggetto di una ridda di supposizioni e congetture. La vulgata che raccoglie la verità ufficiale– ossimoro meravigliosamente spietato…- ci consegna la storia impressa sui libri di storia: la colonna romana delle Brigate Rosse organizza e mette in atto un rapimento clamoroso, detiene per quasi due mesi il Presidente della Democrazia Cristiana, lo Stato rifiuta la trattativa, Moro viene ucciso e fatto ritrovare in maniera assai significativa in Via Caetani, a metà strada tra la sede dc e Botteghe Oscure. Fatto fuori il principale artefice del compromesso storico, la dc riesce a uscire dall’empasse e, nel breve volgere di un biennio, abbandona definitivamente l’idea della convergenza con i comunisti.

La storica diretta del TG1 del 16 marzo 1978

In realtà i punti oscuri della vicenda sono giganteschi, tali da rendere alquanto dubbia tutto l’insieme dei fatti. Il dubbio è l’inizio della sapienza, ma anche della verità. Per esempio: come possono dei brigatisti poco avvezzi all’uso di armi da fuoco a compiere, in meno di due minuti, un’azione da commando centrando a morte la scorta e lasciare illeso il solo Moro? Risulta possibile detenere un simile prigioniero per ben 55 giorni in una Roma in assetto di guerra, controllata palmo a palmo- almeno sulla carta- dalle forze dell’ordine? E perché la polizia, arrivata a una porta di distanza dalla presunta prigione, non sfonda la porta e se ne va falsificando il verbale? Cosa c’entrano in questa storia Mino Pecorelli, Licio Gelli, la P2 e Gladio? E la seduta spiritica con Prodi cosa significa?

Potremmo continuare per ore. La versione ufficiale, in realtà di comodo, appare a quarant’anni di distanza incredibile, cioè falsa. Chi vuole potrà ascoltare Grassi per intenderlo compiutamente. D’altro canto, noi sappiamo perché Moro fu ucciso in quel modo. Basandoci su riscontri fattuali, si possono agevolmente unire i puntini: ecco che la linea da Moro risale a Enrico Mattei e da lì giunge a Bettino Craxi. Cosa li unisce? Una questione ancora oggi cruciale: la sovranità e l’indipendenza della Repubblica Italiana.

Tanto per capirci, l’Italia del 1978 squassata dalle stragi e dal terrorismo è un paese che, nel volgere di trent’anni, ha raggiunto un benessere e una potenza industriale tale da  permetterle di reggere, da pari a pari, il confronto con Francia, Germania e Regno Unito. Abbiamo perso la guerra, ma vinto alla grande la pace. La classe politica di cui Aldo Moro è superba espressione, pur non rinnegando mai i legami con Washington, è riuscita ad accreditarsi nel Medio Oriente e nel mondo arabo come interprete privilegiato; in Unione Sovietica la più grande fabbrica d’auto è stata costruita e produce veicoli Fiat grazie a un accordo formidabile tra Mosca e Torino. Nel Mediterraneo siamo l’unico paese democratico, nonostante rigurgiti reazionari abbiano attraversato tutti gli anni Sessanta. L’inflazione a due cifre ha compiuto una colossale operazione di redistribuzione della ricchezza creando una vasta classe media il cui risparmio è tra i primi al Mondo. Con l’estromissione traumatica di un protagonista di primo piano come Moro il 1978 prepara il terreno a svolte radicali: pochi mesi dopo, l’Italia entra nel Sistema Monetario Europeo abbracciando in pieno le politiche liberiste che segneranno tutti gli anni Ottanta, preludio a quel 1992 in cui, con un colpo di mano giudiziario, viene esautorata la partitocrazia e aperta la svendita delle Partecipazioni statali.

Ecco allora che ex post è agevole capire perché fu ucciso Aldo Moro e, insieme, intendere come la nostra sia stata- e ancora in fondo sia- una Repubblica pericolosa, da tenere a bada come una colonia. Che siano le bombe o l’euro, le br o la Bce, l’Italia non deve essere indipendente, perché quando lo è stata- a sprazzi e con fatali soluzioni di continuità- ha mostrato al mondo cosa siano in grado di fare gli Italiani. Il sacrificio di Moro, così come le infami responsabilità di chi volle ucciderlo rifiutando ogni apertura per calcoli vili, consegna a quarant’anni di distanza la forza disperata di un esempio: vivere, e se necessario morire, per un’idea di Patria e di libertà.