È arrivato l’anno nuovo, carico delle proverbiali speranze di cambiamento. Ma già nelle sue prime battute la situazione nel 2016 non sembra mutare. Sui social, sui giornali, sui blog non si parla d’altro: “QUO VADO”. La quarta impresa di Luca Medici, in arte Checco Zalone, appena uscita nelle sale, divide, entusiasma, offende ma sopratutto sbanca.
Più che del film però- piacevole, a suo modo provocatorio e veramente divertente- è d’obbligo porre l’attenzione sulla variopinta reazione alla pellicola di giornalisti, personaggi dello spettacolo ed Intellò di vario titolo.
A scomodarsi, in questa folla di editorialisti cinematografici d’inizio anno, fa capolino il grande Adriano Nazionale: Celentano. Il cantante Meneghino, idolo ultragenerazionale della musica e della televisione italiana, ha paragonato Checco al lexotan, affermando di usare il suo primo film, l’indimenticato “Cado dalle Nubi”, ottimo esordio di Zalone sul grande schermo, come calmante nei momenti di stress. Sulle pagine del Corrierone, Adriano ha affermato di essere il mito di Zalone e di esserne sinceramente contento. L’adorazione del comico verso il ragazzo della via Gluck, sembrerebbe consacrarsi nella canzoncina dell’ultimo film, dedicata alla Prima Repubblica, in cui a fare da musa per la performance del protagonista sarebbe proprio il Molleggiato.

Un’altra star, stavolta proveniente dal mondo del cinema, ha detto la sua sui social Network, d’altronde non tutti possono permettersi Il Correrione. Stiamo parlando di Gabriele Muccino, regista recentemente noto alle cronache, più che per i suoi film, per l’eterno litigio con il fratellino in arte: Silvio Muccino e per la criticatissima uscita del fratello Gabriele su Pasolini, definito “Regista dilettante”.
In una dichiarazione al quanto melensa, dalle alture delle sue esperienze Hollywodiane, Gabriele Muccino indica il “Quo Vado” di Zalone come un toccasana di comicità pura e onesta, in una nazione corrosa dal Berlusconismo e dalle sue orrende nefandezze. Peccato che ci sia proprio il Nefando Silvio tra i produttori della purificatrice pellicola di Zalone.  Dall’altra parte, a pareggiare i conti con la morale, c’è Mario Adinolfi. Il pokerista del PD, alfiere della battaglia in difesa della famiglia tradizionale, ha visto, nelle pieghe delle battute dell’attore meridionale, un “Siamo meglio noi” schietto e sincero. Una chiara e diretta esaltazione positiva dei vizi e dei vezzi dell’italiano, che alla prova della vita risultano migliori delle concezioni dei “contrapposti” paesi del Nord. E fin qui nulla quaestio, se non fosse finito tutto in speculazione sulla famiglia, sulla donna “zoccola” che diventa madre. Pretese, quelle di Adinolfi, un po’ troppo ideologizzanti per un film comico che certo non vuole fare proselitismo cattolico.

Uno dei commenti più lucidi, in questo profluvio di parole, è stato quello di Marcello Veneziani. “Il segreto di Checco Zalone è un’antica ricetta barese, leggermente aggiornata: riso, patate e cozze. Nel senso che suscita il riso, fa spirito di patata e cozzeggia qua e là, da cozzalone doc, come da noi si chiamano i rozzi. Checconomia, branca ridente dell’economia piangente”.
Con questa pregnante e spassosa definizione, Veneziani ha inoltre ammonito i soliti paraintellettuali, pronti all’anacronistico confronto con le pellicole di Fellini o di Visconti. Il termine di paragone per i film di Zalone sarebbe semmai, sempre a detta del giornalista pugliese, la tradizione del cinema popolare italiano: Franco e Ciccio, Totò e Peppino. Filone in cui Zalone si inserisce a pieno titolo.

Ma a rimettere definitivamente giustizia tra le varie voci che si sono levate su “Quo Vado” ci ha pensato il regista del film, Gennaro Nunziante: “Il pubblico non lo gestisci dai salotti. Per anni siamo stati trattati con profonda ostilità dalla critica militante di sinistra – io sono di estrema sinistra, peraltro -, la stessa che per anni, nel nostro paese, ha sempre e solo sorvegliato e punito chiunque non fosse incastrabile nel cinema autorale, un carrozzone che va avanti da solo e da solo fa la sua propaganda. Noi non propagandiamo nulla: non una morale, non un insegnamento. Non educhiamo nessuno[…]. L’empatia che suscita il suo personaggio (di Checco, ndr) sta nella precisa scelta di proporsi come ipocrita. Il primo a essere sbagliato è lui, quindi non addita lo spettatore: sta a quest’ultimo riconoscersi o meno, ma di certo non viene giudicato. Nell’introduzione a I fiori del male, Baudelaire scrive “ipocrita lettore, vile fratello”: ecco, noi ci sentiamo fratelli degli ipocriti e anziché mettere a nudo loro, preferiamo mettere a nudo noi stessi. Per questo non facciamo satira: la satira serve solo a deresponsabilizzare e deresponsabilizzarsi. Noi, invece, ci siamo dentro fino al collo”.  Qui, sancendo una volta per tutte  la verità sull’essenza e sugli intenti di un film che si avvia ad avere sempre più successo, Gennaro Nunziante sottolinea come l’empatia con Checco nasca in virtù dell’assenza assoluta di pretese educative.
Animato dalla voglia di rappresentare se stesso, perfetto stereotipo di una nazione, Zalone risulta essere uno specchio sincero a cui si guarda con il sorriso, senza la paura di scoprire un po’ di  pancetta post feste.