La modesta penna dello scrivente non è solita impiegare la prima persona per raccontare ciò che la colpisce –  in positivo o in negativo – di quanto scorre sui grandi e piccoli schermi che accompagnano la nostra vita. Per una volta il lettore lo permetterà: necesse est, dicevano solennemente i latini ed è necessario, io vi dico, per raccontare l’ultimo film che ho visto e che mi ha colpito così profondamente da richiedere lo strappo alla regola. Il film è Woman in gold, di Simon Curtis, ovvero una serie ininterrotta di accuse al nostro Novecento attraverso la storia vera della signora Maria Altmann (1916-2011), legittima proprietaria di alcune opere del celebre Gustave Klimt strappatele dai nazisti e illegalmente detenute dal governo austriaco fino alla conclusione di una lunga battaglia legale che fece giustizia nel 2006.

Sono entrato in sala preparato ad un consueto film sul nazifascismo, che sarebbe stato toccante ma si sarebbe infranto contro il “soffitto di vetro” – prendo a prestito da una più celebre collega questa bella espressione, e spero di usarla meglio – della mia irresponsabilità, dei quarantasette anni trascorsi tra la fine della Guerra e la mia nascita, del mio essere evidentemente una persona perbene e lontana da qualsiasi rigurgito infetto del passato. La signora Altmann (interpretata da una sempreverde Helen Mirrer – che abbia vinto un solo Oscar, credetemi, è poco) mi ha fatto capire in centonove minuti che mi sbagliavo. Come il suo avvocato Randol Schoenberg (Ryan Reynolds), io non sapevo che storia si nascondesse dietro il famoso ritratto di Adele Bloch-Bauer dipinto da Klimt, l’Adele d’oro che pure ho contemplato nei libri di storia dell’arte chiedendomi che meraviglia fosse quel collier di diamanti a renderle  il collo d’argento. Come Randol Schoenberg non sapevo che l’Adele fosse stata sottratta alla famiglia Bloch-Bauer durante l’Anschluss del 1938, insieme ad altri quadri, per andare ad abbellire le gallerie perbene dell’Austria nazista. Come Randol Schoenberg non sapevo che Maria, allora fresca sposa, fosse stata costretta a lasciare madre e padre amatissimi per riparare negli Stati Uniti dove anni dopo, alla morte della sorella, avrebbe ricordato il quadro e deciso, in ottemperanza alle nuove norme dell’Austria sulla restituzione delle opere d’arte rubate durante la Guerra, di riprendersi ciò ch’era stato suo. Eppure tutto ciò era facilmente a portata di mano, avrei potuto saperlo. Avrei dovuto saperlo. Ma questa storia, come troppe storie di quel passato ancora recente, restava lì celata con il suo dramma.

Adele Bloch-Bauer era la zia di Maria. Nella bella casa viennese prendeva spesso per mano la nipote portandola a vedere il meraviglioso ritratto dorato. Quel quadro diventava – per un potere tutto misterioso di alcuni oggetti a diventare ricordi – il simbolo di un’infanzia felice, di una famiglia amante dell’arte e della musica, di un padre che ogni sabato pomeriggio alle cinque suonava il violoncello, di una madre nobile e seria  eppure capace di piangere, di feste e saloni da ballo e poi di uno stupro, della violenza senza nome degli ebrei costretti a cancellare i segni della loro esistenza dalle strade della città, della costrizione a lasciare i propri amati, di imparare una nuova lingua, di costruirsi una vita altrove dopo aver abbandonato il padre e la madre e quel ritratto che raccontava tutte queste cose. A differenza mia, l’avvocato Schoenberg sentì il dovere di restituire il quadro alla sua legittima proprietaria. A differenza mia, la signora Altmann sentì l’imperativo di non mollare, denunciando l’Austria per la detenzione illegittima dell’opera e avendone poi ragione.

L’arte sta lì per noi, per coccolare la nostra mente e farla crescere, per restituire al mondo la bellezza primigenia che momenti della storia come il nazismo gli hanno tolto. Ma l’arte è pure responsabilità: e quante volte ne avremo parlato, dell’Adele d’oro, nelle nostre conversazioni colte, senza conoscere la vera storia di quel dipinto. Senza nulla sapere della signora Altmann e della zia con il superbo collier di diamanti. Del nazismo parliamo sempre – quasi sempre – con lo sgomento che gli è dovuto. Dell’arte parliamo con l’ansia dei parolai ad apparire, ad aver visto una mostra, a conoscere le pieghe del variegato mondo che essa ci offre. E siamo invece profondamente ignoranti, se come ci avverte il film prima dei titoli di coda si stima che oltre centomila opere sottratte in quegli anni non siano state mai restituite con il loro ripieno di ricordi alle famiglie dei legittimi proprietari. E penso a candelabri e posate d’argento, a tavole su cui si allestirono superbi banchetti; a melodie che ascolto senza meritarle e a cassapanche piene di lettere. E mi riconosco piegato sotto il soffitto di vetro di qualcosa che non è ignoranza, ma pigrizia, non cattiveria ma difetto di consapevolezza. Il regista Simon Curtis mi ha regalato qualcosa che il prezzo del biglietto non vale a pagare. Chi era con me ieri al cinema non la pensa diversamente.

Woman in gold merita l’Oscar? Non so bene cosa sia diventato l’Academy e perciò non so rispondere. La recitazione di Helen Mirrer, inguattata sotto i ricci âgé della signora Altmann, lo merita di sicuro. Ma il film nella sua completezza può aspirare a qualcosa di più, ovvero al privilegio di essere mostrato nelle scuole agli alunni, come complemento ai loro studi di storia e di arte. C’è ancora la buona abitudine degli audiovisivi o di portare i ragazzi al cinema? Non mi ero posto, prima di ieri, il problema. Mi auguro di sì.