Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Roma, 415 p.e.v. Ad Alessandria muore trucidata la filosofa Ipazia, e sotto le nuvole della Decadenza son trascorsi trentacinque anni dall’Editto di Tessalonica, ventitré dai decreti teodosiani e cinque dal Sacco di Roma ad opera dei Visigoti di Alarico. Claudio Rutilio Namaziano, poeta e patrizio di rango senatorio, originario di Tolosa, ha concluso da un anno il mandato in qualità di Praefectus Urbi. Le devastazioni, le stragi e le espoliazioni hanno mortalmente ferito la Città Eterna, le sue celebri reti stradali e le numerose città in tutto l’Impero d’Occidente, governato da Onorio, figlio di Teodosio. Namaziano decide dunque di ritornare nella sua città natale per constatare i danni che i barbari invasori hanno arrecato ai suoi possedimenti, scegliendo di partire da Ostia su una piccola imbarcazione alla volta della Gallia, ma il fardello che porta sulle spalle è grande e doloroso.

Il nostro è aristocratico politeista, un pericolo ed una grave colpa in quei tempi in cui il fondamentalismo cristiano aveva impedito la libertà di culto. Fra dialoghi interni, assalti di signori dei briganti, contemplazioni di riti a Osiride, incontri con vecchi amici e nefasti sotterfugi politici, il viaggio del nobile eroe si intreccia con la tragica realtà storica; le opprimenti invasioni barbariche, l’inabissamento di un mondo religioso e filosofico ormai troppo aulico, arcaico e sempre più elitista, incapace di adattarsi agli inesorabili cambiamenti, una visione dell’esistenza oramai invisa alle grandi masse popolari e alle nuove generazioni. Il Pantheon tradizionale schiacciato sotto il peso del cieco fervore monoteista, il quale rifiuta con tracotanza la convivenza e la cura del legame con il passato di quella cultura destinata sempre più all’annichilimento, la cui unica speranza di sopravvivenza risiede nel pagus. Un lungometraggio intimo, drammatico, cadenzato, a tratti commovente quanto prezioso, capace di suscitare malinconia e forte senso critico verso il soverchiante conformismo e l’imperante grettezza animica e sociale. Bondì ci mostra l’inesorabile decadenza dei costumi e la graduale perdita dei valori del Mos Maiorum come l’Humanitas, la Magnitudo animi e la Fides, fondamenta declinanti che nemmeno i grandi filosofi neoplatonici riuscirono a riqualificare e che Namaziano, ma solo nella rappresentazione in pellicola, cerca di ripristinare nuovamente tramite la ricerca di alleati con il fine comune di porre sul trono di Ravenna un nuovo Imperatore politeista, volenteroso di ristabilire i culti. Il film non potrebbe esistere senza il poema scritto dallo stesso Namaziano errante, i cui primi due libri vennero scoperti nel monastero di Bobbio nel 1494 e ristampati per la prima volta nel 1520. Nel 1973 furono ritrovati 39 versi finali del secondo libro, facenti parte, secondo le teorie dei filologi, dello stesso testo ritrovato a Bobbio. Nel “De Reditu suo” (Sul proprio ritorno) Namaziano si sofferma particolarmente sugli aspetti naturali che lo circondano e sul degrado dei luoghi che attraversa, contemplandone l’antica bellezza ed auspicando un ritorno ai valori dei Padri. Pur non potendo apertamente criticare il cristianesimo per via delle leggi che lo vietano, come invece avviene costantemente nel film, riesce ugualmente nell’intento polemico, prendendo di mira i monaci più fanatici, coloro che si esiliano e che vivono una vita lontani dalla socialità e dal mondo degli uomini, disprezzando le meraviglie dell’esistente.

Il lungometraggio, pur avendo ricevuto persino un pubblico plauso dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, non è mai stato pubblicizzato e adeguatamente messo in risalto, nonostante la più che sufficiente regia e sceneggiatura, ben coadiuvata da una pregevole fotografia, una struggente colonna sonora ed una coerentissima e particolarmente accurata scelta dei costumi e delle ambientazioni. La direzione cinematografica ci offre un gruppo di scritturati equilibrato e ben scelto, fra cui spiccano Elia Schilton nei panni del protagonista, Romuald Andrzej Klos nel ruolo del pilota trace, Roberto Accornero nel ruolo di Vittorino, Xhilda Lapardhaja nel ruolo della sacerdotessa di Osiride e dulcis in fundo un mostro sacro del teatro e del cinema italiano quale Roberto Herlitzka nel ruolo del saggio e sconsolato Protadio. Godetevi questo piccolo bijoux del cinema Italiano, una pellicola che ha senza dubbio molto più da dire e da mostrare rispetto alle pompose, pantagrueliche e sempre grossolanamente inesatte proiezioni storiche di stampo hollywoodiano. Un consiglio: se non gradite il film non preoccupatevi più di tanto, apprezzerete senza dubbio il poemetto.