«Prendevamo morfina, diacetilmorfina, ciclozina, codeina, temazepam, nitrazepam, fenobarbitale, amobarbitale, propoxifene, metadone, nalbufina, petedina, pentazocina, buprenorfina, destromoramide, clormetiazolo. Le strade schiumano di droghe contro il dolore e l’infelicità, noi le prendavamo tutte. Ci saremmo sparati anche la vitamina C. Se l’avessero dichiarata illegale».

La scorsa settimana ha festeggiato i suoi primi vent’anni un film che ha segnato una generazione e cambiato la visione di un’epoca. Un film di provocazioni, ma allo stesso tempo tra i più esaltanti di sempre. Era il 23 febbraio 1996 quando, per la prima volta, i cinema britannici proiettarono uno dei simboli del cinema degli anni Novanta: Trainspotting.  “Lercio, provocatorio, turpiloquioso, cinico, irriverente ritratto di un’umanità allo sbaraglio”, venne definito così dalla critica. Fu uno dei più grandi successi di quell’anno. Rimase nel cuore della Gran Bretagna tanto da essere inserito al decimo posto nella classifica dei migliori film britannici del XX secolo, secondo il British Film Institute.

La storia da cui prendeva spunto un semi-esordiente Danny Boyle è dello scrittore scozzese Irvine Welsh, che tre anni prima nel 1993 aveva pubblicato l’omonimo romanzo. Lo stesso libro scioccò i lettori per il suo stile convulso, eccitato e soprattutto per la descrizione senza censure e moralismi delle abitudini dei protagonisti, un gruppo di giovani tossicodipendenti edimburghesi degli anni Ottanta. Anche il pubblico del film fu colpito, come i lettori, dal tono disinvolto e disinibito con cui veniva descritto il consumo e l’abuso di droghe pesanti: nessun giudizio moralistico, quasi descrivesse la normalità. Infatti ad essere trattato era proprio il punto di vista dei protagonisti e per loro era tutto nella norma. Trainspotting è crudo, duro, quasi pesante, sicuramente irruento, ricco di volgarità apparentemente gratuite, sboccato, beffardo, ma infinitamente profondo e ricco di spunti di riflessione. Due anni prima Tarantino aveva già scosso il mondo del cinema con il suo Pulp Fiction, caricatura della violenza accompagnata da dialoghi brillanti, battute esilaranti e personaggi intramontabili, ma soprattutto indimenticabili.  Trainspotting non è senza ombra di dubbi il primo film ad essersi spinto sul terreno minato della tossicodipendenza, ma il primo a trattarlo con una visione fredda e quasi comica. Nessun tentativo di respingere l’eroina o stigmatizzare gli eroinomani. Le pellicole precedenti spesso erano rappresentazione di drammi con impostazioni pedagogiche come Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino del 1981.

I protagonisti di Trainspotting sono impossibili da odiare nonostante le loro azioni e gli stili di vita ben lontani dai classici “eroi” del cinema. Così Mark Renton il protagonista sale sull’Olimpo dei personaggi più amati del cinema degli anni Novanta. Un film fatto di scene nervose, frenetiche, anti-sistema. Scene oniriche che fanno scendere lo spettatore nelle sensazioni alterate vissute dai protagonisti. Mark e i suoi amici hanno lasciato la consuetudine a favore della droga: “La vita è piena di problemi, se ti droghi hai solo quel problema”, una sorta di esaltazione dell’autolesionismo come unica forma di evasione dai drammi della società. Certi temi delicati della società vengono qui trattati con estrema lucidità, temi che spesso vengono repressi e offuscati da una coltre di ipocrisia perché la verità è anche aspra, dura, fa male e soprattutto fa paura. L’obbiettivo di Trainspotting è la denuncia verso un mondo perbenista e ipocrita che fa di tutto per occultare le piaghe vergognose di realtà degradate e a tratti spaventose che però esistono e non si possono ignorare. Proprio per questa tendenza a rendere quasi ammaliante la tossicodipendenza ricevette anche numerosi attacchi, ma Trainspotting resta ancora oggi un’opera straordinaria in grado di rappresentare il disagio di una generazione e di una nazione. Un dipinto del rifiuto della realtà, dell’alienazione, dei paradisi artificiali e delle reazioni ribelli nei confronti una società marcia dentro, ma caratterizzata da un falso perbenismo di facciata.

La realtà rappresentata è quella post Thatcher con le sue dottrine neoliberiste e la sua volontà diffusa di conservare il patrimonio inglese, l’identità nazionale e salvarsi dalla contaminazioni esterne. Welsh e Boyle dipinsero proprio una società precaria, lacerata dall’economia in crisi e da proteste e rivolte. Rappresentarono la ribellione, il rifiuto nei confronti del sistema fino a immergere il pubblico fino quasi ad affogarlo in quell’ambiente e nel suo stile volutamente degradato fino all’estremo. Ma Trainspotting non è solo il marcio di una generazione che sembrerebbe priva di speranze e ormai insalvabile. Trainspotting è un inno alla rivalsa, una possibilità di cambiamento anche nei caso che potrebbero sembrare ormai persi. Non è una bella fiaba, ma è la dura e cruda realtà più o meno vicina al pubblico. Trainspotting è un invito: “Scegliete la vita”.