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Un’infermiera sta rassettando una camera della casa di ricovero in cui lavora, dietro di lei un’orripilante vecchietta distesa sul letto segue moribonda il telegiornale che mostra gli scontri tra la polizia e un gruppo di manifestanti di colore. Con l’ultimo fiato che le resta in corpo riesce a fatica a scandire le sue parole di congedo:

– Maledetti scimmioni, come hanno ridotto questo paese, lo hanno fatto diventare una fottuta latrina. Tenete il vostro gigantesco cazzone da scimmia lontano dalla mia bellissima fica.

 

Ha detto qualcosa prima di morire? Chiede distrutto il figlio nella scena successiva. L’infermiera non risponde.

Le prime scene di un film sono spesso utilizzate per veicolare l’intenzione tematica e i toni che segneranno il resto della pellicola. Un incipit del genere fa immediatamente pensare a alla commedia nera, o più in generale a qualsiasi genere ibridato con frammenti più o meno umoristici, dall’action comedy in stile Edgar Wright ai buddy movie di Shane Black e di Martin Mcdonagh, senza dimenticare parte della filmografia dei Coen né i tentativi altalenanti di Guy Ritchie e di Matthew Vaughn. Al pari di questi colossi si potrebbe tra qualche anno affiancare un nome che dopo una frastagliata gavetta sta ottenendo riconoscimenti unanimi. Attore e sceneggiatore, Macon Blair ha recentemente realizzato anche il suo primo film da regista, un’opera molto attesa nel fertile e piuttosto fighetto mondo del cinema indipendente, da analizzare sotto diversi punti di vista e curiosamente vicina ad una categoria antropologica e politica tutta italiana. Per quanto il suo talento possa alimentare la non troppo ardita idea che si abbia a che fare con una mente capace di qualsiasi cosa, con tutta probabilità il poliedrico Blair non ha nozioni relative alla politica Italiana, non immagina che il miglior saltimbanco del Belpaese abbia messo su un movimento e che i vergini cittadini che lo compongono si siano presi una bella fetta di parlamento a suon di “onestà” come basilare grido di battaglia. Eppure la protagonista del suo I don’t feel at home in this world anymore, recente new entry in famiglia Netflix e fresco di premiazione al Sundance film festival, rappresenta la quintessenza del grillismo involontario.

                         Macon Blair con Melanie Lynskey ed Elijah Wood, protagonisti del film.

Macon Blair con Melanie Lynskey ed Elijah Wood, protagonisti del film.

Ruth è l’assistente infermiera testimone della tragicomica morte della sboccata anziana e, da perfetta cinque stelle esasperata, vive con il cruccio di dover migliorare il microcosmo in cui rimbalza con perenne sdegno. Più infelice che arrabbiata lotta contro la propria quotidianità sbuffando finché non riesce a sorseggiare la meritata birretta a fine giornata. Con un sapiente montaggio descrittivo Blair riesce in pochi secondi a definire il profilo della sua protagonista, una zitellona che al supermercato raccoglie i prodotti lasciati inavvertitamente cadere dai clienti menefreghisti, che tutte le mattine – ferma al semaforo – osserva indignata i giganti tubi di scarico di un pickup tamarro, che raccatta con comprensibile schifo le feci canine che lordano il suo vialetto e che quando camminando incrocia una macchina in retromarcia si ferma, poi riparte, poi si ferma di nuovo e così via.

Sono tutti stronzi, fottuta ingordigia. La gente fa schifo, sono tutte facce di merda

Le parole che Blair affida a Ruth in uno dei primi dialoghi bastano per completare il livello basilare da grillino indignato, quello che si limita ai piccoli gesti quotidiani, alla continua invettiva contro il malcostume e ai vaffa indirizzati ai deputati davanti ai talk televisivi. La mesta routine della protagonista diventa disforia quando un ladruncolo si introduce nella sua abitazione e le ruba il PC, l’argenteria della nonna e gli antidepressivi che la tengono a galla nel mondo in cui, come da titolo, non si sente più di casa. È a questo punto che il grillino indignato passa al livello successivo, ossia quello dei mitologici meetup. I poliziotti non si occupano del suo caso, i passanti armati di guinzaglio continuano a imbrattarle il vialetto e nessuno dei pittoreschi vicini le viene in aiuto, Ruth non può che rimboccarsi le maniche e fare ciò che chi di dovere (nel suo caso i poliziotti, nel caso dei cinque stelle i politici) non fa. Aiutata da Tony, un giovane schizzato che abita nello stesso quartiere, l’impacciata ma volenterosa Ruth pagherà a caro prezzo il recupero di quel poco che le è stato trafugato.

              La locandina del film, vincitore del gran premio della giuria al Sundance film festival

La locandina del film, vincitore del gran premio della giuria al Sundance film festival

Quando i tasselli del puzzle iniziano a mostrarle la figura del delinquente che l’ha derubata, il commissario interviene con forza rivendicando il proprio ruolo ufficiale di garante dell’ordine, invitandola a cessare le indagini private. Traslare il contesto filmico nel mondo politico al quale si sta facendo riferimento è come assistere a un qualsivoglia dibattito in cui l’esponente pseudo democratico di turno scredita il grillino per la sua incompetenza:

– Di che cosa si occupa, signorina?

 

– Sono un’assistente infermiera.

 

– Ora, supponiamo che io venga nel luogo dove lei esercita e le dica: “forse non è adeguato il trattamento, forse sarebbe meglio quest’altro”. Non le è mai venuto in mente che affrontare il presunto autore di un crimine senza le dovute qualifiche è il miglior modo per mettersi nei guai?

Che potrebbe essere tradotto, nel nostro parallelismo, con un “non le è mai venuto in mente che affrontare le questioni politiche, sociali ed economiche nazionali ed internazionali senza le dovute qualifiche è il miglior modo per mandare un paese allo sfascio?”. Ruth e Tony continueranno comunque il loro percorso fitto di insidie, avvantaggiati forse anche dall’ingenuità che anestetizza paure più che comprensibili. Ma più che i due si immergono nel groviglio della piccola criminalità di Portland, più perdono la verginità iniziale che li rendeva inesperti e differenti dagli altri. Ruth non baderà più a chi insozza la strada, inizierà a rubare il posto in fila al supermercato come gli altri facevano con lei, macchiando quel velo candido che la ricopriva nei segmenti iniziali della pellicola. Ecco il grillismo livello 3, ossia l’acquisizione delle competenze utili a lei per ritrovare la merce rubata, al Movimento per fronteggiare le altre forze politiche. Tale ottenimento coincide quindi con un leggero inquinamento che sfocerà in un compromesso necessario, causa poi della spaccatura tra Ruth e Tony, rappresentante nella nostra metafora della parte oltranzista della forza politica.

      Il trailer, pur mostrando troppi snodi narrativi, riesce a presentare i diversi toni del film

Come aveva dimostrato nei piccoli interventi eseguiti sulla sceneggiatura di Blue Ruin, Blair ha il dono di alleggerire situazioni di forte tensione emotiva. In questo caso risultano didascalici i minuti dedicati alla buffa rapina in villa, momento di massima tensione annacquato con successo da esilaranti trovate comiche che arrivano a toccare gli elementi più essenziali della commedia. I don’t feel at home in this world anymore segue i binari della desacralizzazione di scenari ricchi di pathos che segnano sin dall’inizio la pellicola, come testimonia l’umorismo nero del siparietto citato in apertura. Si tratta di una commedia nera figlia delle opere più divertenti e meno ambiziose dei Coen, Burn after reading su tutti. L’impianto narrativo è di quelli da manuale: al protagonista viene sottratto un oggetto di valore con cui cercherà di ricongiungersi attraverso una serie di peripezie più o meno rocambolesche.

A questa piattaforma basilare va aggiunto il classico espediente che fa di un film banale un’originale commedia nera, ovvero l’immersione di personaggi fuori luogo in intrecci più grandi di loro. La forza del lavoro di Blair risiede però nella capacità di allargare l’effetto surreale dato dall’incapacità dei protagonisti, rendendo inetti anche i cattivi e facendo sì che l’intero universo narrativo sia popolato da ometti ridicoli che recitano male la parte dei delinquenti. Eliminare un’epicità che sarebbe stata indigesta consente al film il raggiungimento di una mediocrità positiva e senza dubbio voluta, non è un caso che la linearità dei primi minuti venga interrotta da un piccolo furto che nasconde conseguenze tanto sproporzionate da esorcizzare una possibile seriosità che avrebbe sfiorato il ridicolo. La buona medietà della pellicola è da rintracciare anche nella regia pulita di Blair, che non ha bisogno di movimenti di macchina suggestivi per mostrare il proprio talento. Le uniche finezze che il regista esordiente si concede sono qualche piccolo ralenty e il godibile montaggio alternato nell’epilogo del  “duello” finale.

Uno dei poster del film gioca ironicamente con l'immaginario del noir: l'intreccio criminale che verrà a galla è scatenato dalla ricerca di una refurtiva dallo scarso valore economico che non vale i rischi corsi dalla protagonista

Uno dei poster del film gioca ironicamente con l’immaginario del noir: l’intreccio criminale che verrà a galla è scatenato dalla ricerca di una refurtiva dallo scarso valore economico che non vale i rischi corsi dalla protagonista

Come detto, il divertente rapporto simmetrico che si è imbandito vede il film simpatizzare per l’armata Casaleggio, nel bene e nel male: la giustizia privata di Ruth è civile, delicata, quasi impaurita di disturbare chi si è impossessato delle sue cose. Anche il meccanismo narrativo che porta all’ottenimento del coraggio necessario per chiudere il cerchio è sempre pulito, mai violento se non per volontà di altri. Il problema, oltre a una prima fase in cui la protagonista è mostrata come unico soggetto onesto in una comunità incivile, è il finale utopico con cui Blair calpesta il fiore che aveva fatto nascere: troppo buono, manipolatorio, conciliante ed indulgente con i propri personaggi, con cui utilizza un doppio registro corrispondete al due pesi e due misure spesso rimproverato a quei grillini citati inconsapevolmente. Non fosse quindi per un’ultima sequenza che fa mettere le mani sul volto allo spettatore, a mo’ di tifoso che veda il proprio idolo scartare tutti gli avversari e calciare fuori a porta vuota, I don’t feel at home in this world anymore non avrebbe niente da invidiare a quei colossi cinematografici da cui prende in parte spunto. Forte di una sicurezza tecnica e narrativa rodata nelle collaborazioni precedenti, Blair realizza uno dei migliori esordi degli ultimi tempi, riuscendo curiosamente a risultare ancor più interessante per uno spettatore italiano che si presti alla giocosa lettura cinematografico-politica qui proposta.