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Vincere è difficile, ma confermarsi lo è ancora di più. È questo il monito che il cinema italiano e il David di Donatello avevano di fronte, a seguito della scorsa edizione della premiazione, la prima dopo le ultime decadenti prove targate Rai. Una ventata di aria fresca, quella portata da Sky, attraverso uno stile snello, di valore internazionale, ma allo stesso tempo plasmato sul contesto italiano. Quella che è andata in onda il 27 marzo, in diretta dagli Studi De Paolis di Roma, è stata una trasmissione elegante, contenutisticamente valida, ma anche divertente e senza fronzoli. Parte del merito va ad Alessandro Cattelan, un conduttore capace di intrattenere, ma anche di scomparire quando non è chiamato in causa. Una qualità non da tutti, ricordate Paolo Ruffini nel 2014?

Io, te e David, il cortometraggio che ha introdotto la serata

Le due ore di durata della trasmissione sono state densissime. Omaggi e sketch hanno intervallato le premiazioni. Anche qui, la produzione ci ha visto giusto, attraverso contributi che ricalcano lo stile generale dell’evento. Si è partiti con Io, te e David, un ironico corto presentato da Valerio Mastandrea, al quale hanno partecipato lo stesso Cattelan e diversi attori, come Luca Argentero, Paola Cortellesi e Fortunato Cerlino. Poi Maccio Capatonda e Il montatore gelosone hanno anticipato il riconoscimento al miglior montaggio. Questa è veramente una perla di comicità, perfettamente amalgamata all’interno della manifestazione. Ma, come anticipato, accanto alle risate e ai sorrisi, ci sono stati anche i momenti di necessaria serietà. È il caso dell’omaggio riservato ai personaggi dello spettacolo scomparsi recentemente, presentati con delle foto su un grande schermo, mentre Manuel Agnelli, accompagnato dal violino di Rodrigo d’Erasmo, ha reinterpretato Across the Universe dei Beatles. Tra le tante personalità commemorate (da Gian Luigi Rondi a Bud Spencer, da Dario Fo a Tomas Milian), c’è il giovane Josciua Algeri, attore del film candidato Fiore, e morto il 5 marzo a Bergamo, a bordo della sua Yamaha. Josciua incarna l’esempio di cosa il cinema, e l’arte in generale, può fare nel concreto, per la vita delle persone. Cresciuto in una situazione di disagio, entrato in brutti giri, il giovane era riuscito a trovare una via d’uscita proprio intraprendendo la carriera di attore. In un’intervista rilasciata lo scorso anno, raccontava:

   A 8 anni mi hanno tolto ai miei genitori, sballottato tra comunità e case famiglia. Ero pieno di rabbia verso gli adulti. Ho iniziato con i piccoli reati per ottenere quel che il mondo non mi dava, sono entrato nel giro grosso. Soldi veri, droga, ‘vida loca’. Poi, il carcere. Sono cambiato, ma prima del film ero comunque a rischio. ‘Se sto ancora in giro, lo so che tra poco torno dentro’, pensavo. Giovannesi mi ha salvato. Ora voglio continuare con la musica e ho fatto i provini per Gomorra 3.

Una storia che colpisce profondamente quella di questa giovane promessa, ricordata anche da Valerio Mastandrea, premiato come miglior attore non protagonista, il quale si è augurato che il sogno di redenzione intrapreso da Josciua possa essere un modello per molti altri ragazzi.

Manuel Agnelli e Rodrigo d’Erasmo in Across the Universe per ricordare i grandi dello spettacolo scomparsi recentemente.

Questa in generale è stata l’atmosfera della serata. In mezzo, però, c’era (soprattutto) il cinema, la seconda grande sfida dell’evento. Del resto, si veniva da un anno (2015-2016) passato all’insegna di grandi film, capaci di rilanciare il cinema italiano, ben al di là dei suoi confini e dei suoi luoghi comuni. Stiamo parlando di pellicole quali Lo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti e con un grande Claudio Santamaria (entrambi vincitori della scorsa edizione e ospiti in questa), Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese affiancato da un cast eccezionale e vincitore del premio più ambito, Non essere cattivo di Claudio Caligari, Fuocoammare di Gianfranco Rosi (candidato all’Oscar). Insomma, tanti titoli di grande spessore, ognuno innovatore a modo suo del proprio genere. Ripetersi non era semplice.

Eppure, il livello è stato altissimo. Alla fine è La pazza gioia di Paolo Virzì a portarsi a casa la fetta qualitativamente più grande di torta, con cinque riconoscimenti, tre tra i quattro più significativi: miglior film, miglior regista e miglior attrice protagonista, con una Valeria Bruni Tedeschi (affiancata dall’amica e compagna di pellicola Micaela Ramazzotti, che, con la sua Donatella, avrebbe meritato di condividere il premio) incredibilmente in linea col personaggio di Beatrice da lei interpretato, tanto da rendere la naturale e palese emozione un pezzo di spettacolo vero e proprio. Semplicemente meravigliosa. Paolo Virzì merita questi premi: il primo personale (dopo altre quattro candidature), il terzo per il miglior film (Ferie d’Agosto nel 1996, Il Capitale umano nel 2014). Il suo è un cinema che esplora dinamiche personali, dai connotati sociali, attraverso personaggi sempre ben caratterizzati, in grado di emozionare, come hanno fatto ampiamente Beatrice e Donatella. Premiato da Giuseppe Tornatore, il regista ha dichiarato: «grazie al cinema italiano perché è il cinema che ha abbattuto le barriere tra la commedia e la tragedia, quindi io qui mi sento a casa. Questa è la mia patria».


La premiazione di Paolo Virzì come miglior regista

Gli altri due grandi vincitori della serata sono Indivisibili di Edoardo de Angelis e Veloce come il vento di Matteo Rovere, due film che sono stati definiti a più riprese come folli, per il coraggio dimostrato nel trattare temi particolari, o perlomeno lontani da quelli tradizionali del nostro cinema. Tanto scontato il riconoscimento come miglior attor protagonista per Stefano Accorsi nei panni di Loris De Martino, quanto sorprendente la mancata premiazione delle due gemelle siamesi Angela e Marianna Fontana. Il film di de Angelis, però, raccoglie tanto altro: miglior produttore ad Attilio de Razza e Pierpaolo Verga, migliori musiche e canzone originale ad Enzo Avitabile, miglior attrice non protagonista ad Antonia Truppo (già vincitrice l’anno scorso grazie alla Nunzia di Lo chiamavano Jeeg Robot). Proprio quest’ultima ha ribadito come: «il cinema italiano deve prendere audacia nel fare i film che vuole fare».


Roberto Benigni premiato con il David alla carriera

Quest’audacia è stata sostenuta per tutta la serata, anche da Roberto Benigni, di cui possono essere criticati diversi aspetti, ma che difficilmente può essere discusso come attore. Quando Benigni sostiene che quello italiano è il miglior cinema del mondo è un messaggio forte, capace di risuonare in tutte le parti del globo. Non sappiamo quanto questa affermazione sia vera, perché mancano i termini di paragone adeguati per verificarla. Resta il fatto che, dopo anni di grigiore, il cinema italiano sembra essere tornato grande, senza il bisogno di scopiazzare il passato o imitare produzioni straniere, ma intraprendendo percorsi eterogenei, innovativi e coraggiosi. Per questo, anche se dispiace non vedere premiati tante personalità che un riconoscimento l’avrebbero meritato (come Roberta Mattei e Massimiliano Rossi), nessuno dovrebbe lamentarsi, perché tutti stanno facendo della settima arte un qualcosa che vale la pena di seguire. A chi non vuole credere a questa realtà e rimane ancorato a frasi quali c’era una volta il cinema italiano, si consiglia veramente di superare questa situazione di stasi e rapportarsi con lavori recenti, realizzati spesso con due soldi (soprattutto se paragonati ai lavori internazionali), ma in grado di offrire uno spaccato emotivo, culturale e/o sociale di grande spessore. Il nostro cinema è ancora grande: ci aspetta un altro anno tutto da vivere nelle sale.