Scorrono i titoli di coda, un applauso si diffonde timidamente nella sala per risuonare sempre più forte a sancire il gradimento di una platea di giovani e giovanissimi che forse si aspettavano più effetti speciali e colpi di scena a raffica, mentre la pellicola appena conclusa ha donato due ore di lenta eviscerazione di un male sordo e cupo con ritmi da sala operatoria, solo in alcuni punti intervallati da scene di brutalità glaciale. Il Joker di Joaquin Phoenix sta ipnotizzando le masse con il suo elogio di una follia comune, molto comune: la fantasia di distruzione che alberga in tutti i sottomessi, i sudditi, gli schiavi apparentemente felici in una società che promette il sogno della realizzazione e in cambio concede l’incubo della frustrazione. 

Il film avvince perché parla della, e alla parte rimossa dello stile di vita occidentale: il dolore occultato dei perdenti, degli emarginati, dei vinti, degli umiliati e offesi. Ma come avviene nella rimozione psicologica, accade prima o poi che la sofferenza a lungo patita risalga alla superficie, come i ratti di Gotham che rigurgitano dalle fogne per la spazzatura per troppo tempo accumulata e lasciata marcire sotto il tappeto dell’indifferenza.

Arthur Fleck è uno sfigato che aspira alla carriera di comico tirando un’esistenza claustrofobica da signor nessuno, dividendosi fra la convivenza morbosamente amorevole con la madre teneramente spostata e un lavoretto miserrimo da clown di strada che si lascia pestare da teppistelli vigliacchi che lo umiliano per divertimento. Il disturbo mentale che lo tormenta, obbligandolo a risate isteriche e lancinanti quando è sotto stress, deriva da abusi subiti durante l’infanzia e finiti nel fondo dell’inconscio.

L’odio di sé lo scava dentro e fuori: ridotto a un cencio scheletrico, deambula in una metropoli affollata di uomini e deserta di umanità finendo vittima delle angherie dei finti buoni, del falsi bravi, dei rispettabili delinquenti della upper class, gli infami borghesi che per puro sadismo si rifanno su di lui per la sua stranezza, incapaci di intuire il disagio dietro la maschera di pagliaccio

Ma violenza chiama violenza: armato di una pistola regalatagli da un collega per l’autodifesa, dai sotterranei della mente erompe tutto il carico di risentimento covato e rimestato in orto chiuso, e nella metro vuota di una sera qualunque uccide di gusto gli aguzzini casuali che naturalmente riceveranno il cordoglio postumo di Thomas Wayne, il miliardario papabile candidato sindaco, rappresentante dell’élite politico-economica la cui protervia è sfacciata tanto quanto impunita.

Abbandonato al suo destino da uno Stato che taglia i servizi di cura per i malati psichiatrici, scoprirà che l’origine delle sue afflizioni sta in un abbandono a monte, proprio da parte di quel Wayne che si era disfatto della madre che lavorava per lui senza degnarsi di una minima attenzione per le lettere che la donna, da innamorata impossibile, gli inviava da anni. Quel tanto di gentilezza e gratuità che ogni essere umano cerca in chi ammira e ama, è esattamente ciò che ad Arthur è negato. Da tutti, dal ricco bastardo come dal suo idolo, il presentatore televisivo Murray (un De Niro gigione e macchiettistico), che lo invita in studio solo per ridicolizzarne la totale inabilità come intrattenitore. Lo farà secco con una pistolettata in piena fronte, a telecamere accese in diretta, in un premeditato show omicida che farà da compimento alla sua vendetta finale. Il colpo di teatro da guignol scatena l’aggressività repressa della popolazione, che in una classica rivolta da marciapiede, animata da una gioiosa e festosa foga devastatrice, gli tributerà finalmente l’effimero successo tanto agognato.

Nella mostruosa sublimità dell’interpretazione di Phoenix, lo scherzo vivente che gioca scherzi mortali è un personaggio che il regista Todd Phillips, non eccezionale, poteva costruire senza ricorrere all’icona inventata nel 1940, cara all’immaginario statunitense dei “cattivi” da fumetto. Salvo, forse, per l’aspetto filosofico centrale del suo “messaggio”, perfettamente tagliato sulla smorfia dell’antagonista di Batman: l’interscambiabilità fra spirito tragico e comico. Lo dice chiaramente, Joker-Phoenix: prima la vita era una tragedia, dopo il risveglio della rabbia è una commedia. Un circolo vizioso, in realtà, per indicare che il patetico senza uscita dell’autodistruttività può rovesciarsi nell’irresponsabile appagamento di una distruttività dispiegata voluttuosamente e infantilmente verso gli oppressori e i taglieggiatori di ogni risma. Il crudele gioco subìto si converte in altrettanto crudele gioco inflitto.

La vittima diviene carnefice, in un ciclo vendicativo che la tragedia originale, quella greca, insegnava a interrompere tramite la giustizia superiore della legge divina, libera da paura e da pietà. Ma oggi che ogni dio è morto e il tragico è solo un grottesco che fa compassione e non genera alcuna catarsi, il Joker quotidiano è l’uomo mediocre del ressentiment, il servo volontario che ha preso in parola il “diritto alla ricerca della felicità” trascritto nella Costituzione americana, e restandone amaramente giocato, giorno dopo giorno aumenta le tacche sulla bomba a orologeria della sua rivalsa. Il film rende liturgicamente la monotonia ansiosa di questo ronzìo nel cervello, che sfocia nel balletto liberatorio in cui il corpo riconquista la sua vitalità. 

Nella catena della sopraffazione, c’è sempre un ultimo più ultimo che ignoriamo e schiviamo. Ci identifichiamo nel freak ghignante del duo Todd-Phoenix, ma a quanti “mostri” volgiamo le spalle cestinando la loro presenza nel pattume dell’oblio? Il mendicante, l’handicappato, il vecchio solo, il timido patologico, il brutto, il grasso, il difettoso, il cristo della porta accanto, l’uomo mascherato da sorridente persona normale, mentre dovremmo sapere – ma non sappiamo, non tutti almeno – che ciascuno porta dentro un’Ombra sanguinante, e qualcuno molto più di altri.

Lo stato depressivo medio viene dall’annegare il mal di vivere in un mare di soffocante pseudo-benessere. L’euforia della rivincita risulta dal portare a galla l’oceano di bile ammassata nel sottosuolo della psiche collettiva. L’individuo impotente e solo sogna, nei recessi del suo animo ferito, di sentire un po’ di calore nel caos, ripristinando il senso dell’umano.

Noi vogliamo restaurare e perciò progettiamo di distruggere, vogliamo ritrovare un’armonia e perciò armiamo il caos del nostro amore, vogliamo rinnovare tutto e perciò non risparmieremo più nulla. Giacché se i viventi scelgono di essere insetti e di pullulare nelle tenebre, nel frastuono e nel tanfo, noi siamo qui per impedirglielo e salvare l’Uomo sterminandoli (Albert Caraco, ‘Breviario del caos’).

Il Joker puoi essere tu. Il Joker sono io. Incipit comoedia.