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Caro Woody,

scusa se ti do del tu. Mr. Allen mi suona ridicolo. Sono anni che ti frequento, seppur a tua insaputa, e non mi sembra il caso di parlarti come fossi uno sconosciuto. Io ci sono cresciuto guardando i tuoi film. Per lunghi periodi, sono riuscito a vedere solo te e quel geniaccio di Bergman. A dirtela tutta, sei uno dei pochissimi esseri umani che riesca ancora a farmi ridere. Gli altri… be’, gli altri più che altro mi stanno sul culo! Charlie Hebdo e tutta la sua presunta satira dei miei stivali, invece, mi fa ridere tanto quanto l’idea di trovarmi a letto con Hillary Clinton. In Italia, forse c’è stato qualcuno, in passato, che ti si è avvicinato: Luttazzi (che non a caso è il tuo traduttore per Bompiani); qualche volta Verdone. In generale, comunque, non c’è paragone, nel senso che tu sei incommensurabile. Sui tuoi film ho praticamente studiato. Ricordo interi passaggi a memoria

“Di nascita sono di confessione ebraica, ma crescendo mi sono convertito al narcisismo”

vorrei farlo scrivere sulla mia tomba, che si rida un po’ della mia schifosa putrefazione! Potrei tranquillamente dichiarare che vale più un tuo film delle centinaia di testi di filosofia che ho letto in vita mia. Il motivo è molto semplice: quel che dici è spesso molto più profondo e soprattutto non tedi per 550 pagine. Tra te e Aristotele non ho dubbi e, alla lettura della Metafisica, preferisco certamente la visione di Manhattan.

Adesso basta con la lisciata di pelo, però! Guardiamoci in faccia e parliamo fuori dai denti. Woody, ma che cazzo stai a fa’? Ho visto il tuo ultimo film, Café Society. Mi è venuto il dubbio che mi stessi prendendo per i fondelli. Ma che accidenti ti prende? Passi pure che hai ottant’anni e posso capire che la tua vena si stia esaurendo, ma almeno fino a To Rome With Love eri ancora accettabile. Non sono uno di quelli che vanno ciarlando che come artista saresti già morto vent’anni fa. Match Point, a mio avviso, era quasi un capolavoro. Anything Else era una figata pazzesca e faceva scompisciare dalle risate. Persino Midnight in Paris era gradevole. Allora riuscivi ancora a destreggiarti in modo geniale tra battute finemente bastarde, atmosfere romantiche, citazioni di poeti, nevrosi metropolitane e canzoni jazz. Perché ti sei ridotto all’ombra di te stesso? Non sono arrabbiato o indignato mentre ti parlo, sia chiaro, sono solo sconsolato. Ti confesso che uno dei pochi motivi per cui sopporto il senso di sfinimento che la vita lascia alla conclusione di ogni giorno è il pensiero di potermi sedere sul divano e guardarti, mentre reciti in Provaci ancora Sam. Pertanto, io vorrei sapere come hai potuto sentirti in diritto di rifilarmi quella porcheria di Café Society! Caro Woody, tu hai un dovere morale nei miei e nei confronti di tutti i tuoi fan sparsi per il mondo. Noi ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo dedicato il nostro tempo e dato i nostri soldi – sì, persino quelli! Non te la puoi cavare così a buon mercato, buttando lì un “la vita è una commedia scritta da un commediografo sadico”, come fai in questa tua ultima pellicola. Sì, ok, è una buona boutade, fa sorridere, ed è pure terribilmente vera… ma non è abbastanza, quando il regista sei tu. Un qualcosa di simile l’avevi già detto in tanti altri film. Mi sembri quel ristoratore che cerca di piazzare gli avanzi a un cliente con la faccia da fesso. Woody, non è così che si fa!

Ascoltami bene, vecchio mio, tra nevrotici dovremmo intenderci meglio che tra persona normali. Smettila una volta per tutte di vivere per lavorare e torna a fare l’artista. Lo so che i soldi fanno comodo a tutti, e tu avrai sicuramente un numero infinito di ex mogli e puttane varie a cui passare il mantenimento mensile, ma sei ricco e  vecchio. In una parola, non hai più granché da perdere, né da guadagnare. Sorprendici! Insisti sul dramma. I vari Settembre, Interiors, erano ben congegnati. Eppure, avresti potuto fare di più. Con Match Point ci hai provato in una chiave diversa, meno bergmaniana. Io lo so: ogni comico sogna di scrivere la tragedia assoluta. Tu potresti permetterti di farla. Abbandona le commediole da cassetta e lanciati in qualcosa di davvero doloroso. Racconta la vecchiaia, l’ineluttabilità della morte che avanza a grandi passi, la tragedia di un uomo di successo che continua a sentirsi ancora lontano dalla piena realizzazione di sé stesso. Ne sono certo, per te l’esistenza è stata terribile, malgrado la popolarità e le donne che ne sono seguite. La vita lascia sempre l’amaro in bocca, anche a un grande come te, proprio perché sai che la tua è stata solo fortuna. Altri, potenzialmente altrettanto bravi, spariranno senza lasciar traccia. La sfida non la si è combattuta ad armi pari e tu ne sei conscio.

“Delle volte la pallina colpisce la rete. Con un po’ di fortuna va avanti, nel campo dell’avversario, e allora hai vinto. Ma delle volte torna indietro e, allora, hai perso”

dici in Match Point. Io vorrei chiederti di approfondire questo concetto, ma senza essere didascalico come stai facendo da un po’ tempo a questa parte, quando ti rivolgi al pubblico e gli spieghi cosa volevi intendere. Lo so, il più degli spettatori sono dei cretini, ma tu sei nella posizione di non doverti più curare del mondo. Sfruttala! Capita di solito un’unica volta nella vita, quando si è vecchi e il rischio di tirare le cuoia da un momento all’altro cresce a un ritmo esponenziale. Se poi non ti dovesse andar più di far tragedia, torna alla commedia. Ridacci i tuoi vecchi personaggi egoisti ed egomaniaci, sempre irresoluti e ansiosi. Cerca di concentrare le forze, per il colpo di grazia. Se ne sente davvero il bisogno. Il cielo del cinema è chiuso e opaco. Non si vede nessun nuovo Allen all’orizzonte. Mi sa che ti tocca restare. Non possiamo ancora fare a meno di te. Ma tu devi cercare almeno di non deluderci. Provaci ancora, Woody!