Roma, Novembre 2011. L’apocalisse. O quasi.

Un governo di centrodestra alle prese con una crisi, non solo economica, ed una fine ormai ineluttabile. Una malavita dai mille volti. Non quella del sud, con i suoi schemi, le sue gerarchie e le sue artefatte parole d’ordine, ma quella “brutta, sporca e cattiva” della capitale. Troppo divisa per contare, troppo coatta per crescere.
Da una parte una famiglia, anzi cento famiglie, di Rom, gli “Anacleti”, che vivono in un complesso di appartamenti adibito a corte dei miracoli, con auto di lusso e  arredo d’inconfondibile opulenza pacchiana, marchi di un’appartenenza e di un retaggio incancellabili. Dall’altra un rampollo di Ostia, detto “Er Numero Otto”, assetato di potere, pronto a tutto per scacciarsi di dosso l’ombra di un padre che sembra destinata a pesare per sempre, oltre che sulla sua carriera criminale, sulla sua intera vita.
Sopra queste schiatte di malavita, lui, il Samurai. L’ultimo residuo della vecchia guardia, un rigurgito “D’a Banda da Magliana”, capace di tessere i fili della scena criminale, in una Roma sempre più anarchica, sempre più nera. Un evoliano, o presunto tale, con un passato da Nar, pronto a “pijasse” Roma, con i modi d’un business-man che conosce il fatto suo, rispettato e temuto, punto di passaggio obbligato per chiunque voglia fare affari nella capitale d’Italia più marcia che mai.
Ad unire le loro storie un progetto per far diventare Ostia, la Las Vegas del Lazio. Un pozzo senza fondo fatto di tangenti, leggi compiacenti  e locali scintillanti. E poi affaristi, prostitute, politici corrotti invischiati nel malaffare fino al collo, fidanzate tossiche travestite da eroine del male. È questo, e tanto altro, il palcoscenico della Suburra.

Dal romanzo di Decataldo e Bonini, che hanno collaborato anche alla sceneggiatura dell’adattamento cinematografico della loro opera, esce fuori grazie alla sapiente mano di Stefano Sollima, già regista di “ ACAB”, e delle serie cult  “Romanzo Criminale” e “Gomorra” , uno spettacolare affresco della Roma del ventunesimo secolo. A farla da padrone è il degrado d’una città martoriata da un tumore che ha esteso metastasi dappertutto, dal Vaticano alla politica, dalla criminalità di borgata sino ai festini più esclusivi.
Nella parte del parlamentare corrotto, un grande Pierfrancesco Favino, che riesce a dare più d’una dimensione al personaggio di Pericle Malgradi, al contempo esperto puttaniere, tenero padre di famiglia e abile segugio di maggioranze. Sino al crollo del privilegio, al ritorno alla normalità, simboleggiato da una affannata corsa in una piazza Colonna assediata dalla protesta, alla ricerca disperata d’un posto in lista bloccata, per salvare la faccia e con ogni probabilità anche la libertà.
Tra gli altri nomi di rilievo del cast: Claudio Amendola, che ben riesce nella parte del Samurai. Di certo il personaggio più complesso, dotato di un magnetico fascino criminale e della calma stoica degli antichi militari giapponesi. Elio Germano è invece un Pierre alle prese con le grane del Padre, morto suicida per i debiti contratti con “ i Cravattari” Rom della Famiglia Anacleti, che tenteranno di appropriarsi della sua stessa vita per estinguere l’ingente debito paterno. Non ultimo Alessandro Borghi, già eccellente nella recente prova da protagonista in “Non essere cattivo” di Caligari, interpreta qui un giovane boss assetato di potere, dallo sguardo truce e dal fare coatto.

È una prova, quella di Sollima, che al termine della proiezione lascia l’amaro in bocca per l’occasione mancata. Un regista, che ha dimostrato con il diverso format della serie, di riuscire ad approfondire con estrema maestria i contorni delle storie criminali, nonché la psicologia dei loro personaggi, si perde attorno a una serie di stereotipi troppo usurati. Il legame ormai arcinoto tra destra romana e criminalità, i caratteri pesanti della malavita capitolina e la dilagante corruzione, che trova il suo acme estetico nei costumi della feste della borghesia più godereccia, mancano di quell’approfondimento che da un regista come Sollima sembrava scontato se non necessario.
Suburra è una festa di immagini forti, di colonne sonore azzeccate, d’inquadrature accattivanti con lo sfondo d’una Roma piovosa, che sembra essere la scenografia perfetta del noir riuscito. Ma manca qualcosa, manca il prima e il dopo. Mancano forse le fondamenta e i perché d’una Roma schiava d’un sistema malato, che mostra soltanto la sua maschera più pittoresca, senza rivelare veramente il volto dietro di essa. Con un cast, un regista, e degli scrittori di quel livello alle spalle, le aspettative erano alte, alimentate anche dalla “fortunata” congiuntura che vede ancora caldi i fatti di cronaca di “Mafia Capitale”, riflesso quasi inquietante del racconto della Suburra di De Cataldo e Bonini.

Oltre ai pregi e alle critiche di quello che senza dubbio sarà un successo di botteghino, Suburra rimane l’immagine di una Roma tra racconto e realtà, in cui è tristemente difficile distinguere sino a dove si spingano la fantasia e l’immaginazione, in trame che sono più che mai l’impietoso specchio di un presente da cui sembra impossibile fuggire.