Chi leggerà quest’articolo, probabilmente, sarà andato a vedere il nuovo film al cinema e avrà rivisto quelli precedenti a non finire. Perlomeno, saprà a grandi linee di cosa si sta parlando, perché riassumere, seppur brevemente, gli accadimenti dei primi sei episodi per poi introdurre il settimo, è cosa impossibile (o perlomeno noiosa) in un articolo di giornale. Piuttosto, quello che si cercherà di fare, è comprendere il perché dei diversi record stabiliti ai box-office di tutto il mondo. Star Wars: il risveglio della forza, diretto da J. J. Abrams ha, infatti, sbancato i botteghini, registrando il più alto incasso globale di sempre durante il weekend: 529 milioni di dollari. Ancora più impressionanti, sono i dati relativi alle prevendite, visto che una volta aperte (il 19 ottobre), numerosi siti online non sono riuscite a gestirle, riscontrando anche in questo caso numeri mai visti (e nemmeno immaginati!) in precedenza.

Alcuni urlano al fenomeno di massa, come se Star Wars fosse semplicemente un brand (alla pari di McDonald’s e Coca-Cola) da dover distribuire a dei consumatori, così accecati dal nome da non essere in grado di valutare il prodotto. Questo perché, effettivamente, il nuovo episodio della mitica saga lascia un po’ perplessi, soprattutto i fan di vecchia data (quelli della prima trilogia), abituati sì a scontri stellari e a scene d’azione, ma anche a fitte trame e messaggi teoreticamente elevati. L’impressione, guardando Il risveglio della forza è quella di essere d’innanzi ad un film d’azione (ambientato in universo fantascientifico), che, per quanto vada veloce, non dà proprio modo ad una trama “alta” di formarsi: la dimensione del mistero pervade solamente la psicologia dei personaggi, non lo scorrere dei fatti. Dall’inizio (quando le epiche note risuonano e l’incipit scorre sullo schermo) si assiste ad un’immensa vastità di eventi, ma la storia sembra ripercorrere un qualcosa di già visto (in particolare se si pensa all’Episodio IV) e attraverso personaggi che lasciano molto perplessi: in primis Kylo Ren, interpretato da Adam Driver che, per stessa ammissione di Abrams, idolatra Darth Vader (soprattutto ciò che egli stava cercando di fare), ma del quale sembra condividere praticamente nulla (almeno non ancora); ma anche la giovane Rey (Daisy Ridley), che impara ad utilizzare la “forza” praticamente in “cinque minuti”, riuscendo a sconfiggere (momentaneamente) lo stesso Ren nel duello finale del film. Proprio la “forza” sembra essere il concetto che ne esce più martoriato da questo nuovo episodio, visto che viene ridotto quasi esclusivamente ad un giochino mentale, mentre precedentemente è sempre stato il vettore di concetti spirituali ed ecologici, in senso lato, decisamente più elevati (chi ricorda il discorso di Yoda nel V episodio?).

Data la scontatezza della trama, attraverso il riproporsi di temi ricorrenti e di situazioni già viste: l’avvento del “Primo Ordine”, la distruzione della sua base (un’imitazione ingigantita della mitica death star) ad opera della resistenza, la morte di Ian Solo per mezzo del figlio Ren, il ritrovamento dell’eremita Luke Skywalker, così come prima di lui lo era stato Yoda, ecc…, l’accusa di “fenomeno di massa” prende forma. Evidentemente, quando si deve mettere le mani su un capolavoro, quale è e rimarrà sempre Star Wars, si devono fare delle scelte precise, consci del fatto che non si può fallire. L’impressione è che si sia puntato esattamente ad un pubblico di massa, in particolare alle nuove generazioni, compensando la piccolezza del racconto con splendide ambientazioni, memorabili scene d’azione, battute divertenti e una buona base di politically correct: se Lucas era stato accusato di razzismo per il personaggio Jar Jar Binks, Abrams sicuramente non correrà lo stesso rischio, data la presenza di John Boyega nei panni di Finn (tra l’altro uno dei personaggi meglio interpretati nel film). Inoltre, è evidente come l’universo di Star Wars, in questo periodo,sia presente con la sua immagine ovunque: nelle pubblicità altrui, sotto forma di gadget, come cosplay e tanto altro.

Ma, forse, il punto è proprio questo. Guerre Stellari è effettivamente per sua natura (oramai) un fenomeno di massa (gli incassi nonché la sua onnipresenza non fanno che dimostrare tale fatto). Per questo, difficilmente potrà soddisfare una parte degli appassionati, che ricercano un qualcosa di teoreticamente più elevato (ma dov’è, in questo caso, il problema, visto che il mondo fantasy e fantascientifico è oramai pieno di alternative in merito?), mentre è adattissimo per parlare ad un altro tipo di pubblico, quello che si sta appena approcciando a questi temi o anche a chi vuole passare semplicemente due-tre orette di svago con gli amici. Tuttavia, a differenza di altri prodotti di massa, il messaggio (seppur ridotto all’osso) in Star Wars continua ad esserci e ad essere necessario in una società sempre più secolarizzata, senza eroi, che ha disperatamente bisogno di vedere in faccia (e non attraverso un marchio, un brand appunto) anche il cattivone di turno. Senza dover cadere necessariamente in atteggiamenti eccentrici (così come avvenuto nel caso della creazione del culto jedi negli Stati Uniti), la società di massa del nuovo millennio ha intrinsecamente bisogno di un modello “epico” (seppur fantascientifico), che rimpiazzi (o perlomeno compensi) religioni e grandi ideologie che sempre più si affievoliscono all’ombra del post-moderno. E, in questo, Guerre Stellari offre un sistema quanto mai convincente e che difficilmente non riuscirà a plasmare ancora diverse generazioni. L’attesa per l’Episodio VIII, la cui uscita è prevista nel 2017, è già cominciata.