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Non inizierò con un elenco, Martin Scorsese si qualifica da solo. Il grande regista, riprendendo la traccia offerta dall’autore dell’omonimo libro, Shūsaku Endō, ci presenta una pellicola impegnativa, ma categoricamente necessaria per meglio comprendere affondo il rapporto fra i vari paesi europei, la chiesa cattolica e l’intricata realtà dello Shogunato Tokugawa. Un colosso di due ore e quarantuno minuti con cui tutti dovrebbero fare i conti almeno una volta. Jay Cocks, maestro delle storie d’opera e pungente dialoghista, torna a collaborare per la quarta volta con Martin Scorsese: i due danno vita ad una ottima sceneggiatura, tirando fuori importanti scorci concettuali prevalentemente in ambito religioso e sociale, attenendosi puntualmente alle biografie delle figure storiche riproposte. I costumi del triplice premio Oscar Dante Ferretti (Il Decameron, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Dagobert, Gangs of New York, Ritorno a Cold Mountain) sono capillarmente fedeli agli anni di svolgimento, come lo è la scenografia, ove Ferretti viene coadiuvato dalla sempre triplice premio Oscar e moglie Francesca lo Schiavo (La pelle, Il nome della rosa, Intervista col vampiro). L’isola di Taiwan funge da naturale scenario per le riprese, donando alla pellicola un tocco di esotismo, un apporto ascendente fra la dimensione umana e quella maestosa della natura.

La colonna sonora di Kim Allen Kluge e Kathryn Kluge è delicatamente coerente con la struttura della narrazione simbolica; un minimalismo estremo e una serie di strumenti tradizionali nipponici tenuti sotto tono, fra il silente e il meditativo, danno meglio la possibilità di comprendere quali sono le scene cruciali, non rovinando mai i dialoghi. A proposito di questi, finalmente, ma non a caso, il doppiaggio risulta adeguato ai canoni di regia e scritturati, in luce di ciò, torna ad essere utilizzata una parte dell’italico gruppo nipponico di doppiatori naturalizzati, come Taiyo Yamanouchi, Hal Yamanouchi e Jun Ichikawa. La direzione della fotografia, affidata all’abile messicano Rodrigo Prieto (Frida, Comandante, Alexander, Argo) suggella divinamente la scelta del personale tecnico, aggiungendo sempre più qualità al lavoro ultimato.

Silence è una pellicola che nasce come visionabile da tutti, ma arriverà solo a chi vorrà comprendere le gravi e opprimenti questioni religiose fra due mondi spiritualmente diversi

Scorsese è stato affiancato, durante tutto il tempo della produzione, dal gesuita James J. Martin, editore della rivista dell’ordine “America” lo stesso che decise data – 29 novembre 2016 – e luogo – Pontificio Istituto Orientale – della prima proiezione a Roma per un gruppo di quattrocento padri gesuiti, seguita poi dalla presentazione in Vaticano. Volendo fare una critica marginale alla regia, si può constatare come si è deciso di dare quasi più importanza alla ridondanza dei concetti filosofici e religiosi, scordandosi che le immagini e le azioni stesse possono essere più esplicative e robuste, pur essendo prive di arricchimenti verbali.

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Rodrigues confessa ed assolve Kikijiro

Non sorprende quindi l’intento della produzione e del regista: mostrare l’irrazionale quanto saldo misticismo europeo e il granitico pragmatismo religioso nipponico, dando un colpo sia ad uno che all’altro, nel tentativo di svelare le mancanze da parte di entrambi gli schieramenti. Ad un occhio attento non potrà però sfuggire, al di là della narrazione cinematografica, il preciso e turbolento momento storico: il film si svolge fra il 1633 e la seconda metà del XVII secolo andando a ricoprire l’arco temporale di maggior rilievo per quanto riguarda le persecuzioni. Dobbiamo capire che le motivazioni non sono religiose, bensì politiche, come lo sono sempre state fra religioni di stampo politeista e monoteista. Il Giappone accolse benevolmente dapprima Francesco Saverio, primo evangelizzatore dell’Isola, poi Alessandro Valignano – nel film interpretato anacronisticamente dal grande Ciarán Hinds – entrambi gesuiti e desiderosi di convertire quanto più gli era possibile i popoli dell’estremo oriente. Qui entrano in gioco fattori umani, economici e politici che rendono impossibile e controproducente quella preliminare conoscenza che si era protratta per circa quarant’anni fra Portoghesi e Giapponesi.

Se da un lato è auspicabile e possibile poter commerciare e avere rapporti con realtà differenti, la regia, forse inconsapevolmente, anziché renderci partecipi dell’incrollabile fede e del cristiano dolore dei martiri di Gotō e Nagasaki, sperimentato e contemplato dai due fervidi gesuiti, ci porta infine dall’altra parte del guado, mettendoci nei panni dei nobili dignitari e del popolo Nipponico del Periodo Edo, i quali a tratti, risultano persino più completi e sereni eticamente e spiritualmente, rispetto alle giovani controparti europee. La rinuncia nominale alla propria fede, la formalità dello yefumi – l’atto di calpestare un’immagine sacra cristiana – e la comprensione dell’altro, conducono inevitabilmente all’ammansirsi, al mettere da parte il fervore monoteista, proselitista e convertitore, affinché si possa liberamente esprimere e mantenere con forza la propria fede nel silenzio, nella placidità del quieto vivere e della genuina tolleranza, in quella che poteva ricordare, durante il vasto Periodo Romano, la Pax Deorum in relazione al dovere civico.

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La toccante scena del martirio di Mokichi ed Ichizo

Il personaggio principale, interpretato da Garfield, effettua una vera e propria maturazione e crescita durante il corso della pellicola. Questo percorso, lo conduce a comprendere che l’abbattimento del suo ego spirituale, sacrificandolo in nome di una purezza religiosa di compromesso, lo porterà finalmente a ritrovare o persino a scoprire il Dio che da tempo ricercava. Tramite l’interpretazione di Neeson, Garfield diventa manifesto del vero senso cristiano, della rinuncia ad un incosciente egotismo spirituale in favore di un benessere condiviso ed istantaneo. Tramite questo acquietamento si ritrova la pace profondamente meditativa e mistica: le urla dei perseguitati e l’odore delle loro carni invogliano l’occidentale cristiano a zittirsi, a capire che le sue azioni capitaliste e convertitrici, mascherate da missioni salvifiche, sono arroganti e opportunistiche, destinate poi a concludersi con decine di migliaia di morti. Agostino di Ippona non è inglobabile in una società ove vigono e convivono naturalmente lo Shintō, l’Animismo, il Buddhismo e il Bushidō, in compenso l’occidente cristiano ebbe la meglio, in tempi sovrapponibili, con le decadenti civiltà centro e sud americane.

In questa pellicola, possiamo ammirare l’immane resilienza e vigorosità di una grande e misteriosa realtà tradizionale come quella Giapponese del Periodo Edo, lontanissima dal poter essere piegata brutalmente alla volontà di quegli stessi gesuiti che, per più di quattrocento anni, si sono cimentati in efferatezze e lassismi, costringendo alla conversione tramite sevizie e torture i popoli precolombiani. Se da una parte la sfera giapponese ci è presentata razionalmente lucida e inclusiva, quella dei gesuiti è purtroppo piallata, poco spessa, priva di quella tipica cultura e profondità dell’ordine e di molti suoi aderenti, tuttavia non si tratta di un problema legato agli attori, bensì alla incomprensibile decisione di non sviluppare meglio la figura del colto gesuita. E dopo la non citata rivolta di Shimabara a cavallo fra il 1637 e il 1638 e la sottointesa presenza della politica Sakoku – etimologicamente significa paese blindato, si tratta dell’autarchia istituita nel 1641 dallo Shogun Tokugawa Iemitsu – i due giovani pupilli del perduto mentore si ritrovano proiettati in un mondo crudo, ove gli ultimi fedeli rimasti dalle precedenti evangelizzazioni praticano abbondantemente l’idolatria cristiana ma si dimostrano alla fine, dopo l’invito all’abiura e durante il martirio, quasi più cristiani ed incrollabili rispetto ai due giovani stessi. Ma come si è già detto, dalla contemplazione, dalla quiete, dal silenzio, scaturirà quella stabilità naturale, il perfetto equilibrio tra desiderio e realtà, fra ordine e disordine, nella oramai piena consapevolezza di possedere una verità non per forza esportabile, ma capace di vivere e svilupparsi nell’interiorità e in pace con la collettività.

Dipinto databile fra il XVI e il primo decennio del XVII secolo raffigurante un nobile dignitario samurai approcciato da un padre gesuita / Ferreira, ora divenuto Sawano Chūan e cultista Zen, spiega le ragioni della sua naturale decisione ad un incredulo Rodrigues / Una delle scene più importanti e drammatiche di tutta la pellicola: L’accettazione e l’inizio del “Silenzio” ovvero, la vera via del Cristianesimo

Come di consueto, si passerà ad una carrellata descrittiva sulla recitazione e sui personaggi storici, introducendo qualche insignificante ma pur sempre evidenziabile anticipazione delle scene migliori da ricordare. Dunque se non avete ancora visto il film e non ne volete sapere nulla sugli scritturati e su alcuni degli accadimenti da rimarcare, fermatevi qui, leggetevi il trafiletto finale ed iniziate ad organizzarvi per andare a vederlo! Se in lingua originale, ovviamente meglio.

Andrew Garfield interpreta Sebastião Rodrigues: personaggio basato sulla storia del gesuita italiano Giuseppe Chiara, operante in Giappone fra il 1643, fino alla morte avvenuta il 24 agosto 1685. Rodrigues è mosso da una vivissima fede in ciò che gli è stato impartito e che ha abbracciato, riuscendo persino ad entrare in trance mistiche in cui si rivede e contempla il velo di Veronica con il volto di Yehoshua ben Yosef del grande pittore El Greco. Garfield si ritrova ad interpretare una parte complessa, mantenendosi equilibrato nella recitazione e consapevole del ruolo, concludendo l’opera in modo toccante e saggiamente coerente.

Adam Driver interpreta Francisco Garupe: un fratello gesuita allievo spirituale, assieme a Rodrigues, del padre per cui si imbarca alla volta dei domini dello Shogunato. Adam driver è in grado di recitare moderatamente bene la controparte di Garfield, mostrandosi più arzigogolato e pragmatico dapprima e più alto ed eroico poi.

Liam Neeson interpreta Padre Cristóvão Ferreira: l’attore è un mostro di bravura, pochi dubbi riguardo ciò. Il personaggio interpretato è storicamente esistito fra il 1580 e il 1650. Ferreira dopo il 1633 abiurò, assunse il nome giapponese di Sawano Chūan e divenne un affiliato Zen. Magistrale interpretazione e complesso personaggio, Neeson è a tutti gli effetti il grimaldello di quella porta che conferisce il nome alla pellicola, egli stesso dunque è il perno del moto e della riflessione che il film serve gradualmente allo spettatore. Sublime la scena dell’incontro dopo tanti anni fra Ferreira e Rodrigues.

Tadanobu Asano interpreta il Nobile Interprete: inizialmente era stato ingaggiato il grande Ken Watanabe, tuttavia anche Asano risulta pienamente capace di una perfetta interpretazione. L’Interprete funge da ponte, non solo linguistico, ma anche culturale, cercando di portare alla ragione e alla comprensione delle istanze nipponiche il giovane Rodrigues. Tutti i suoi dialoghi, molto similmente a quel che vale per Neeson, risultano degli assoluti trionfi della filosofia e del pragmatismo tipico dei nobili samurai.

Ciarán Hinds interpreta Padre Alessandro Valignano: un altro grande attore alle prese con un personaggio realmente esistito (1539 – 1606) ma trasposto anacronisticamente nel film. Breve parte ma molto ben interpretata e di certa incisività, protagonista di alcune delle più belle inquadrature di tutto il film.

Issey Ogata interpreta Inoue Masashige: Ogata è un famoso attore comico giapponese, qui perfettamente immessosi nei panni dell’Ōmetsuke – equivalente di censore e gran consigliere – nonché burocrate samurai Masashige, vissuto fra il 1585 ed il 1661. Ogata interpreta con infinita grazia il potente inquisitore omosessuale, incaricato dall’amante, lo Shogun Tokugawa Iemitsu di sedare il problema dei “Kirishitan” nelle aree attorno a Nagasaki. Masashige è schietto, razionale e fedele ai principi di preservazione nazionale, rappresenta così il maggiore antagonista della pellicola, pur non potendo assolutamente essere descritto come un personaggio negativo, anzi. Profondissimi quanto ammiccanti sono i dialoghi con Rodrigues.

Shinya Tsukamoto interpreta Mokichi: eccezionale interpretazione di Tsukamoto. Mokichi è uno dei cristiani del villaggio marittimo. Fedele ed incrollabile, non potrà non suscitare che grande compassione.

Yoshi Oida interpreta Ichizo: altra ottima interpretazione. Oida veste i panni del battezzatore Ichizo, forte e improvvisata guida spirituale della piccola comunità cristiana con cui i due gesuiti avranno inizialmente a che fare.

Yōsuke Kubozuka interpreta Kichijiro: forse la parte più emblematica e simbolicamente pregna di tutto il film. Kubozuka diventa l’apostata Kichijiro, il sempre pentito ma pronto peccatore, scampato più volte al martirio previa abiura, ma ancora fedele, in quella che può essere identificata come la tipica, quotidiana esperienza del cristiano medio, anche occidentale, tragicamente macchiato dal peccato originale e per questo fanaticamente desideroso di ricevere l’assoluzione. Nonostante la poetica incoerenza, Kichijiro arriverà a fare i conti con la sua fede mai abbandonata.

Nana Komatsu interpreta Monica (Haru): la bellissima modella Komatsu interpreta la convertita Haru, prigioniera del fortilizio inquisitorio di Nagasaki. Emblematica la scena della glorificazione della morte in attesa dell’ascesa al paradiso, un concetto molto cristiano ma compreso a stento da Rodrigues.

Trailer ufficiale

Godetevi questo capolavoro drammatico e storico, una pellicola destinata, per messaggi e contenuti, a divenire una pietra miliare del buon cinema, fedele nelle forme e nella sostanza. Fra costanti richiami alle simbologie e l’opprimente ricerca dell’universalità mistica, Scorsese ci ha regalato un film formativo, non solo perfettamente descrittivo – Struttura sociale samurai, sacerdoti gesuiti, mercanti olandesi, abitanti delle comunità orientali, dalla Cina fino ai villaggi marittimi del Giappone del sud e le città di Nagasaki ed Edo – ma anche fastidiosamente vero, crudo al limite del sanguinolento, realistico. Un gran gioiello che, colui che vi scrive e che ha calcato il terreno giapponese contemporaneo, vi assicura, non potrà lasciarvi delusi e senza domande di levatura esistenziale, etica e spirituale.