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Un uomo sulla settantina sta leggendo nella sua tenuta di campagna in Inghilterra. D’improvviso si alza, chiude le porte a chiave e attiva il sistema di sicurezza, dopodiché si versa un sorso di scotch e si risiede in poltrona. Il signore leggermente turbato è Patrick Stewart, attore britannico noto ai più per Star Trek e per la saga cinematografica X-Men. Ciò che lo inquieta è proprio quello che ha appena letto, ovvero la sceneggiatura di un thriller di un talentuoso regista al suo terzo lungometraggio che vuole Stewart nella parte del cattivo. L’attore accetterà la parte e il film sarà presentato con successo al festival di Cannes nel 2015, ma prima di addentrarci nei boschi di questo Green Room occorre fare un passo indietro e procedere per gradi. Jeremy Saulnier è un direttore della fotografia che, come tanti suoi colleghi, sogna di poter debuttare come regista e sceneggiatore: nel 2007 finalmente ci riesce, ma il risultato è mediocre. Girato senza spendere una lira con il suo migliore amico come protagonista, Murder Party è una commedia tendente all’horror piuttosto amatoriale che non soddisfa nessuno, Saulnier compreso. Gli sforzi economici che la produzione di un film indipendente richiedono non possono essere sopportati da un giovane che “tenendo famiglia” si accontenta di altre esperienze come direttore della fotografia. Passano sei anni e Jeremy, spinto dalla moglie, decide di provarci per l’ultima volta.

Jeremy Saulnier sul set di Green room

Jeremy Saulnier sul set di Green room

Con l’amico d’infanzia Macon Blair si mette a scrivere senza troppe pretese la sceneggiatura di quello che diventerà il miglior revenge movie degli ultimi quindici anni, ma lui ancora non lo sa. Con un budget di un milione di dollari fatto di risparmi familiari e crowdfunding realizza Blue Ruin nella speranza di partecipare al Sundance film festival, la rassegna di cinema indipendente più prestigiosa degli States. Il film viene rifiutato e Saulnier capisce che forse la regia non fa per lui. Ad abbatterlo definitivamente sono le gravi condizioni di salute del padre, al quale Jeremy racconta un sacco di balle che lo vedono regista apprezzato e pronto per il grande successo. Il racconto di un fallimento prende il sapore della favoletta quando Blue Ruin viene selezionato a sorpresa per la Quinzaine des réalisateurs a Cannes e inondato di applausi e recensioni esaltanti, anche se il padre non fa in tempo a godersele. Al netto della melliflua storia di riscatto resta un film gigantesco, un dramma che miscela sangue e tensione da film di serie B alla delicatezza del cinema d’essai. Saulnier dimostra capacità disarmanti, da una notevole raffinatezza registica alla piacevole sagacia della scrittura. Presto potrebbe arrivare l’occasione di mettere le mani su produzioni sfarzose, ma prima il regista vuole sfruttare l’onda lunga del successo di Blue Ruin per mettere in immagini un’idea che da anni lo assilla. Ecco allora che torniamo a Patrik Stewart e alla sua tremarella per quella sceneggiatura spaventevole.

                                                 Macon Blair nella scena iniziale di Blue ruin

Macon Blair nella scena iniziale di Blue ruin

Green Room sarebbe tecnicamente un thriller d’assedio, ma dato che Saulnier si ostina a definirlo un film di guerra cercheremo di trattarlo come tale. C’è uno sgangherato gruppo punk che fatica a racimolare serate ben retribuite, così quando arriva la proposta di suonare in un locale di neonazisti i ragazzi non si fanno pregare più di tanto. La situazione precipita quando a fine concerto un membro della band vede qualcosa che non doveva.

 Ora, qualunque cosa abbiate visto o fatto, non è un problema che mi riguarda. Ma mettiamo le cose in chiaro: non finirà bene

Stewart interpreta il gestore del locale, uno di quei lucidi vegliardi che non si scompongono più di fronte a nulla. Attorno al suo circolo neonazista gravitano i più svariati caratteri: dal solito Macon Blair nel ruolo dell’impacciato di turno all’addestratore di cani senza scrupoli, passando per una manciata di bulletti immischiati in un losco traffico di droga. Effettivamente Green room è davvero un film di guerra: esistono infatti due schieramenti, un solo campo di battaglia e due trincee. Alle minacciose teste rasate si contrappongono gli inetti musicisti, totalmente incapaci di gestire una situazione ad alta tensione. Durante l’assedio Saulnier mette in bocca a un membro della band un aneddoto su una partita di paintball che gli serve a tematizzare l’idea del film di guerra, ed è proprio qui che si evidenzia il sottotesto del conflitto armato sotto a quello più superficiale del semplice thriller:

Eravamo stati massacrati da questi veterani dell’Iraq in tuta mimetica e pistola da 1000 dollari. Conoscevano la vera guerra e giocavano alla guerra reale: tattiche, segnali con le mani, movimenti. Ci annichilirono. Rick si è stufato e ha detto ‘fanculo’. Non gli interessava essere colpito, non gli interessava ripararsi. All’ultimo incontro lui si lancia da solo là fuori, un totale idiota in scarpe da tennis e maglietta che si scaglia contro gli avversari, si limita a correre, a ridere e a sparare finché non li ha uccisi tutti

È una guerra di professionisti contro dilettanti, di squilibrati avvezzi alla battaglia contro giovani che non hanno mai impugnato un coltello. Aggiungere altro sulla trama rovinerebbe il divertimento a chi volesse recuperare la pellicola, occorre piuttosto porre l’attenzione sul contesto ambientale e sul livello tecnico che caratterizza il film oltre all’originale contenuto. Il locale neonazista è immerso nei boschi di un Oregon violentato da strade tortuose che rimandano idealmente ai nostri passi appenninici, intorno solo campi con i braccianti a lavoro. La ruralità di questo spicchio di Nord America è ben accentuata da una fotografia verdastra che, oltre ad ammiccare al titolo del film, esalta la supremazia della vegetazione dominante. La violenza preme fin dai primi minuti e quando il tappo salta non smetterà più di zampillare, evidenziando un particolare gusto dell’orrido dimostrato dalla cura con cui si mostrano gli atti di violenza, le ferite e il terrore dei protagonisti. Green room è un’apnea di un’ora e mezzo, un ottovolante che lascia senza fiato e sporca lo spettatore, lo disturba ma con una certa eleganza.

Saulnier dimostra quindi per la seconda volta di saper unire la propria raffinatezza registica al piacere dell’intrattenimento da cinema di seconda fascia. Il divertimento – rispetto al delicato Blue ruin – aumenta, il dramma viene messo da parte in favore del puro diletto. Il regista dice di essersi in parte ispirato a La cosa di Carpenter, un punto di riferimento piuttosto ambizioso che però non stona, visto l’ottimo risultato.

Il bel pacchetto con cui Saulnier aveva confezionato Green room ha costretto persino l’imbellettato pubblico di Cannes a gradire la pellicola, e non è poco vista la faciloneria con cui in alcuni casi sono stati fischiati ottimi film ricchi di violenza (Neon demon il più recente)

Stewart dunque aveva più di un motivo per chiudersi in casa con un certo timore, la sceneggiatura che aveva appena letto trasudava il piacere della violenza mostrata con gusto cinematografico, non in modo gratuito o grossolano. Green room prova che il film precedente non era stato un colpo di fortuna, Saunier si è semplicemente ricomposto e poi defilato da quei toni tragici per darsi al thriller puro, come se avesse messo le proprie competenze superiori a disposizione di un cinema ritenuto erroneamente prosaico.

                                                           Patrick Stewart e i suoi sgherri

Patrick Stewart e i suoi sgherri

Se nel primo caso risultava impossibile muovere critiche di sorta, qui i difetti ci sono e alcuni pesano. Il contingente militare dei cattivi, per rimanere nel clima guerresco caro al regista, è troppo composito e poco approfondito. Questo può portare a confondere alcuni personaggi, a perdersi qualche dettaglio di trama e quindi non godersi appieno l’originale universo narrativo creato in fase di sceneggiatura.

Lo scarso approfondimento della massa informe degli antagonisti rende tutto leggermente fumettistico, il che peraltro potrebbe anche essere voluto

Diversi poster del film ammiccano infatti all’estetica del comic, per qualcuno non sarà quindi un difetto, tutt’altro. L’ultima mezz’ora gioca sempre di più con la commistione dei due linguaggi- cinematografico e fumettistico- esasperando fino al limite il concetto di guerra e mettendo a dura prova la sospensione dell’incredulità nello spettatore. Se Blue ruin si avvicinava pericolosamente alla perfezione, qui sembra tutto – tranne l’ultima parte sopracitata – emergere dal nulla, come se si volesse rimanere ben lontani dalla compiutezza del film precedente per concedersi totalmente al piacere dell’immagine in movimento. Il lieto fine della favola è la notizia che vuole Saulnier e Blair già a lavoro su Hold the dark, progetto di cui al momento conosciamo solo il titolo. La prima speranza è che la sceneggiatura riesca a scuotere gli attori che la leggeranno come accaduto a Stewart , forse ancora rinchiuso nella sua tenuta inglese a sorseggiare uno scotch che lo tranquillizzi.