di Alessandro Cutrona

Se per una manciata di minuti ci affidassimo completamente alla finzione, forse, potremmo capire davvero qualcosa dei mali del mondo, a cominciare dall’essere umano, dalla sua viltà e da una società perversa che ha ridotto a brandelli quella ratio donataci non per caso da un entità superiore. Riconoscere la contraddizione che sussiste nell’uomo composita da un’ibridazione di logos ed eros, non giustifica atti privi di motivazione, l’uomo ci ricorda Morin diventa qualcuno a seconda delle cornici di vita, homo faber, oeconomicus, ludens, demens, communicans e via dicendo, talvolta maschere di una comparsa in quel palcoscenico che si chiama vita.

La parola chiave secondo Morin è reliance, il legame e l’alleanza insieme, la “simbiosofia, la saggezza di vivere insieme” di una società, una comunità o della specie umana. Robert Bresson nel 1966 diresse quella che è considerata una delle migliori espressioni del cinema mondiale Au hasard Balthazar – il film racconta la tragica esistenza di un asino alla mercé dell’uomo, considerato uno strumento da lavoro che perennemente viene comprato e venduto in un traffico di cruda sofferenza tra le irritanti vicende di un ragazzino spocchioso, una giovane innamorata che ignora l’amore, un alcolizzato guidato da un credo fatalista e ancora, un avaro fabbricante di acqua minerale. Una trama apparentemente sterile, che dipinge in realtà con caustica precisione la grande bruttezza che l’uomo cede al prossimo, contaminando quel cosmo che non sempre merita di popolare. Una profonda indignazione pervade il voyeurismo dello spettatore davanti a un film del genere o almeno così dovrebbe essere, eppure, non è il senso di sconfitta universale ad avere la meglio, se non in parte, ma prendere atto del fallimento della razza umana, constatando la volgarità di un gesto, la pusillanimità di certe azioni, e l’abuso di arroganza nell’uso della parola.

Come afferma uno dei personaggialla giovane Maria, affettivamente legata più di tutti all’asino Balthazar “la vita è una specie di fiera, un mercato in cui neppure la parola è necessaria…”, un leitmotiv cheoggi seppure risulti usurato suona ancora profetico: si pensi a come Bresson sia riuscito filmare mediante  l’uso poeticodi dissolvenze cadenzate dalle musiche di JeanWiener temi così veri con una leggerezza in linea col proprio stile indimenticabile e minimalista fino all’esaurimento, slegando da ogni congettura il più importante mezzo linguistico del ‘900 e piegandolo alla sola arte racconto per immagini.  Au hasard Balthazar è un film dai dialoghi esili e da una fotografia pura, imprescindibile dal suo essere in bianco e nero. Il protagonista di novantacinque minuti di visione è l’asino Balthazar quell’essere superiore all’uomo che di continuo si sostituisce ad esso, nonché vittima consapevole di mali venuti da lontano che da sempre tormentano l’esistenza; martire silenzioso e cosciente della banalità del male votata all’odio, all’ostentazione di un’ipotetica superiorità e non curanza dei fatti e di una moralità da seguire. Come un ecosistema abitato dai riflessi patologici di un essere umano che di umano non conserva proprio nulla se non un’aura di inspiegabile sadismo.

Memorabili i fotogrammi finali che precedono la morte di Balthazar in mezzo ad un gregge che vuole ricordare l’assenza di barriere e limitazioni, che quell’additata diversità è solamente pluralità di etnie, religioni, consuetudini da rispettare e mai giudicare. Balthazar riflette lo stato d’animo dello spettatore tormentato dai soprusi rappresentati e dai riferimenti che a ognuno di noi spesso, capita di ricollegare al lontano eco di parole o relazioni. La visone di questo film sembra farci assistere ad una nuova forma di linguaggio che le immagini e il sonoro sono in grado di dare vita e nonostante oggi qualunque effetto sia realizzabile dalla postproduzione, il cinema di Bresson è permeato da quel principio di meraviglia scevro da ogni addizione per un racconto che si slega da ogni convenzione narrativa ma si affida totalmente a quell’incanto che le vere emozioni conferiscono al suo lettore. Una pellicola che conserva il livore di un calvario privo di redenzione.